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Livorno, invalido al 100% riceve sette visite fiscali dopo l’ictus: «Ci mandavano i controlli anche mentre era ricoverato, è un’odissea»

di Martina Trivigno
Livorno, invalido al 100% riceve sette visite fiscali dopo l’ictus: «Ci mandavano i controlli anche mentre era ricoverato, è un’odissea»

L’uomo livornese di 56 anni lavorava come dipendente di una multinazionale nel pisano, poi nell’aprile 2025 l’ictus ha cambiato la sua vita

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LIVORNO. Sette visite fiscali in 13 mesi. Nonostante un ictus. Nonostante un’invalidità riconosciuta al 100 per cento. Nonostante ricoveri, riabilitazioni, interventi chirurgici e una vita del tutto stravolta da un giorno all’altro. È la storia di un lavoratore livornese di 56 anni (di cui omettiamo le generalità per tutelare la sua privacy trattandosi di dati sanitari sensibili): lui, dipendente di una multinazionale con sede a Ospedaletto, nel Pisano, fino all’aprile 2025 lavorava regolarmente a Livorno. Poi, all’improvviso, il buio: un ictus violentissimo, nel giro di poche ore, ha cancellato la normalità, travolgendo non soltanto lui ma l’intera famiglia.

L’ictus

A raccontare questa intricata vicenda - che definisce «un’odissea del malato» - è la moglie, che da oltre un anno vive sospesa tra ospedali, centri di riabilitazione, uffici, certificati e telefonate in cerca di risposte. Una donna che, mentre cercava disperatamente di dare supporto al marito, si è trovata intrappolata anche in un labirinto burocratico diventato quasi logorante come la malattia stessa. «Prima è stato sospeso tra la vita e la morte - racconta -. La prospettiva che mi avevano dato era quella di un coma vegetativo permanente. Oggi lui c’è, è presente. Dentro è tornato a essere se stesso, ma le conseguenze dell’ictus sono enormi».

Danni permanenti

L’emorragia cerebrale ha colpito il lato destro del corpo, compromettendo gravemente gamba, braccio e linguaggio. Per mesi il 56enne è rimasto ricoverato all’Auxilium Vitae di Volterra, affrontando un percorso lunghissimo di cure e riabilitazione. Un cammino fatto di piccoli progressi, speranze che si accendono e si spengono nel giro di poche ore. E quando sembrava aprirsi uno spiraglio, è arrivato un altro colpo: l’uomo cade e si rompe il femore. Un nuovo trauma dentro il trauma. Ancora dolore, altri ricoveri, nuova riabilitazione. E soprattutto la sensazione devastante di dover ogni volta ricominciare da capo. Oggi il 56enne si trova in un centro specializzato a Campiglia Marittima, dove continua a lottare per recuperare la deambulazione. I miglioramenti ci sono, ma sono lenti, fragili, faticosi.

Il labirinto burocratico

Ogni passo conquistato richiede mesi. Eppure, mentre la famiglia combatteva sul piano umano e sanitario, un’altra guerra si consumava in parallelo: quella contro la burocrazia. «In 13 mesi sono arrivate sette visite fiscali, l’ultima appena pochi giorni fa - racconta la moglie dell’uomo - . E ce n’è una ancora contestata perché l’Inps sostiene che il medico è venuto a casa senza trovarci. Ma io non ho mai trovato alcuna comunicazione». Secondo quanto spiegato dalla donna, il cortocircuito iniziale sarebbe nato da errori nei certificati medici telematici. «Durante il lungo ricovero a Volterra, infatti, nei documenti risultava indicato come domicilio l’indirizzo dell’abitazione livornese e non quello dell’ospedale - evidenzia la moglie del 56enne - . Così i medici fiscali continuavano a presentarsi a casa mentre mio marito si trovava ricoverato a Volterra. E per me, ogni volta, ricominciava tutto da capo: permessi presi dal lavoro, corse agli sportelli dell’Inps, documenti da stampare, certificati da recuperare, visite da giustificare. Io andavo all’Inps con lettere di ricovero, cartelle cliniche, certificati. Giustificavano l’assenza, acquisivano tutto. Ma dopo un mese si ripartiva daccapo e il medico tornava a suonare alla porta di casa».

L’invalidità totale

In mezzo a questo vortice arriva anche il riconoscimento dell’invalidità totale che esenta il lavoratore dalla visita fiscale. Un passaggio che la famiglia sperava potesse finalmente interrompere almeno una parte delle procedure automatiche. Ma non è stato così. «Mi avevano detto che con l’invalidità al 100 per cento certe visite sarebbero finite - prosegue la donna, amareggiata - . Invece continuavano. E il motivo era sempre lo stesso: nei certificati telematici mancava una casella barrata dal medico. Un dettaglio burocratico. Un "flag" non inserito correttamente. E la macchina riparte senza fermarsi mai. Ma io non sono un medico, sono la moglie di un malato gravissimo. Come faccio a sapere se un certificato è compilato bene oppure no?».

Ulteriore completamente

Con il trasferimento a Campiglia, la situazione si complica ulteriormente. Da una parte il medico curante che sostiene di non poter compilare il certificato di malattia necessario per l’azienda di cui è dipendente perché il paziente è ricoverato; dall’altra la struttura che afferma di non avere le credenziali necessarie. Nel mezzo resta sempre lei, sola, a cercare una soluzione per evitare che il marito risulti assente ingiustificato. «A un certo punto ho minacciato di rivolgermi ai carabinieri. Ero disperata - sottolinea - . Senza certificato rischiavamo problemi con l’azienda e con l’Inps. Mio marito viene trattato come chi ha un’influenza o un mal di pancia. Ma lui ha rischiato di morire, non cammina, fatica a parlare». Ed è proprio questo il punto che più ferisce. Non solo il peso della malattia, non solo la paura per il futuro, ma la sensazione costante di dover dimostrare continuamente l’evidenza. Di dover giustificare il dolore. Di dover spiegare, ogni volta da capo, che dietro quei certificati c’è una persona che sta tentando disperatamente di ricostruire la propria esistenza. «Siamo nel 2026 - dice ancora la moglie - nell’era dell’informatica e dell’intelligenza artificiale. Possibile che gli uffici non riescano a comunicare tra loro? L’Inps mi rilascia il verbale d’invalidità e poi un altro ufficio dello stesso ente me lo richiede perché non riesce a vederlo».

Dopo 13 mesi, l’odissea non è ancora finita. «Io non mi arrendo - conclude la donna -. Continuo a lottare con le unghie e con i denti. Ma una famiglia che sta vivendo una tragedia del genere non dovrebbe essere lasciata sola anche contro la burocrazia».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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