Il Tirreno

Toscana

L’inchiesta

In Toscana una rete di baby nazisti: le chat, le armi, la pedopornografia – Nel mondo dei ragazzini suprematisti

di Redazione web

	Il materiale sequestrato dalla polizia ai ragazzini
Il materiale sequestrato dalla polizia ai ragazzini

L’indagine della Digos svela un nucleo di adolescenti coinvolti in scambi clandestini e contenuti estremisti, emersi durante una serie di perquisizioni coordinate dalla Procura minorile

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SIENA. Per settimane gli investigatori hanno seguito tracce digitali, conversazioni criptiche, immagini che circolavano in silenzio tra smartphone e social network. Quando il quadro si è composto, la sorpresa è stata grande: dietro quelle chat si muoveva un gruppo di giovanissimi, tutti minorenni, immersi in un circuito di armi, contenuti pedopornografici e propaganda suprematista. È da questo scenario che nasce l’inchiesta che ha portato la Polizia di Stato di Siena a denunciare 13 ragazzi, tutti residenti nel Senese.

Le denunce e l’avvio dell’indagine

La Polizia di Stato di Siena ha denunciato a vario titolo per i reati di detenzione illegale di armi, detenzione e diffusione di materiale pedopornografico, propaganda di idee fondate sull’odio razziale, etnico e apologia del movimento fascista e nazista 13 ragazzi minorenni tutti residenti nel senese. Le denunce sono arrivate a conclusione di un’articolata attività d’indagine svolta dagli investigatori della Digos della questura di Siena, culminata con perquisizioni e sequestri, sotto la direzione della Procura della Repubblica dei minori di Firenze, avviata a luglio 2025 a Siena, nei confronti di due giovani minorenni, nelle cui abitazioni sono stati rinvenuti e sequestrati un fucile a doppia canna, idoneo a sparare, e delle cartucce calibro 9.

La rete di relazioni e i contenuti condivisi

Nel corso delle perquisizioni e sulla base dell’analisi dei supporti informatici sequestrati ai due giovani, sono poi emerse ulteriori risultanze, sia a carico dei ragazzi che di altri 11 minorenni, tutti collegati in un circuito di illecite relazioni in massima parte concretizzatesi con l’utilizzo dei più comuni social network. L’indagine ha, infatti, fatto emergere una fitta rete di rapporti tra giovanissimi, affiliati a gruppi virtuali di estrema destra, accomunati dall’ideologia suprematista. Sarebbe emersa, in particolare, la ricerca da parte loro di un accreditamento attraverso la condivisione di contenuti di stampo suprematista, nazionalsocialista, negazionista, inneggianti all’odio ed alla violenza contro gli stranieri e gli immigrati, con l’incitamento all’uso di armi (pistole, fucili, coltelli, tirapugni) e di esplosivi artigianali, nonché mediante la condivisione di numerosi filmati e foto di chiaro contenuto pedopornografico, con l’utilizzo cospicuo di cd. Stickers, ossia ritagli di piccole dimensioni, di foto o parti di video, inviati sui social network più in uso.

Chat, simbologie e linguaggio d’odio

All’interno di queste chat di gruppo, veniva fatta propaganda di ideali riconducibili all’odio razziale, alla diffusione di idee fasciste e omofobe, che esaltavano la classificazione della popolazione umana in razze e alla superiorità della razza bianca, in termini discriminatori rispetto alle altre etnie, con propaganda di simbologie inneggianti al periodo fascista e nazista e, più in generale, apologetici di azioni violente in danno di immigrati, persone di colore, fedeli di religione islamica o afferenti all’universo LGBTQIA+ Plus. I poliziotti hanno scoperto diverse chat di gruppo, alcune dal nome inequivocabile (“Partito Repubblicano Fascista”), composte da minorenni, all’interno delle quali, oltre a mostrare un interesse per le armi, venivano trattati argomenti che osannavano Mussolini ed Hitler e disprezzavano gli immigrati, con l’utilizzo costante di un linguaggio di odio nei loro confronti.

Armi, video e ipotesi di ronde

In particolare, gli indagati si sarebbero riproposti di usare le armi, anche modificando delle pistole scacciacani, che con spregiudicatezza postavano nelle chat, dimostrando di aver una perfetta conoscenza del loro funzionamento. All’interno dei dispositivi sequestrati sono anche emersi numerosi video, condivisi nelle varie chat, di risse ed aggressioni soprattutto nei confronti di soggetti extracomunitari, immagini e video comunque non riconducibili agli indagati. Sarebbe, inoltre, emersa la possibilità, da p arte di alcuni ragazzi, di reperire delle armi, tra cui tirapugni, pistole, balestre, anche attraverso specifici siti e contatti con soggetti palesatisi come disponibili e l’idea, poi non concretizzatasi, di organizzare delle ronde o spedizioni punitive contro gli stranieri, in risposta ad alcune risse avvenute a Siena, che avevano visto protagoniste due opposte fazioni di immigrati.

Il ruolo dei leader e la conclusione dell’indagine

Nell’ambito del “gruppo” di minori, è da segnalare il ruolo di “leaders” che avrebbero ricoperto da subito due di loro che, già dalle prime battute del loro inserimento nelle chat, risulterebbero essersi evidenziati per il ruolo carismatico di “conduttori” delle azioni dei sodali. A compendio dell’attività svolta dalla DIGOS di Siena ed ultimata, nei giorni scorsi, con la definizione di tutti gli accertamenti richiesti dalla Procura minorile di Firenze, è emersa quindi una fitta rete di malsani rapporti virtuali di giovanissimi, complessivamente 13 minorenni tutti residenti a Siena e provincia che, alla luce delle indagini effettuate, all’alba di martedì 19 maggio sono stati denunciati alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Firenze, che ha diretto le indagini.

Le parole del cardinale

«Di fronte ad una vicenda del genere non si può non rimanere profondamente colpiti sia per il fatto che stiamo parlando di ragazzi tutti minorenni, ma soprattutto per i reati che gli vengono contestati. Certamente è il segnale preoccupante di un disagio profondo che colpisce i giovani e che deve interrogare soprattutto noi adulti sui modelli proposti alle giovani generazioni». È quanto dichiara il cardinale Augusto Paolo Lojudice, arcivescovo di Siena Colle di Val D'Elsa-Montalcino. «Ora non serve puntare il dito, ma occorre capire - aggiunge il cardinale - come evitare derive pericolose e come agire repentinamente affinché  i nostri ragazzi  non siano lasciati soli di fronte a false dottrine e soprattutto nel mare magnum dei social network». Da sempre come Chiesa - continua Lojudice – siamo impegnati nel sostegno alle famiglie che sono il primo baluardo per evitare vicende come quella che è emersa oggi nella nostra città. Senza un adeguato sostegno a questo nucleo centrale delle nostre comunità non potremo dirci sereni e certi che fatti come questo non avvengano più. Lo diciamo da tempo - conclude il cardinale -  occorre urgentemente un patto per la famiglia che coinvolga ogni attore: dalle istituzioni, la società civile e la Chiesa».

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