Livorno, è morto Luigi Bernardi: addio al prof innamorato della storia dell’arte
Storico dell’arte e docente tra Carrara e Firenze, ha formato generazioni di studenti con lezioni affollate, ironia gentile e una curiosità inesauribile che spaziava dal contemporaneo al cinema
LIVORNO. Con la morte del professor Luigi Bernardi a 86 anni, il mondo della cultura a Livorno perde una figura di straordinario spessore umano e intellettuale, capace di lasciare un segno profondo in generazioni di studenti, colleghi e amici. Storico dell’arte tra i più apprezzati della sua generazione, docente all’Accademia di Belle Arti di Carrara e poi all’Accademia di Belle Arti di Firenze, Bernardi ha trasformato l’insegnamento in un’esperienza appassionata e mai convenzionale.
Il ricordo dei colleghi e l’impegno accademico
A ricordarlo sono innanzitutto gli amici e i colleghi dell’Accademia, che ne tratteggiano il profilo di docente e intellettuale fuori dagli schemi. «Non è stato solo un accademico, figura indimenticabile per intere generazioni di studenti, ma anche un grande intellettuale capace di legare la disciplina storica alla contemporaneità», scrivono. Ha insegnato Storia dell’arte, Teoria della percezione ed Estetica, sostenendo «l’importanza di stabilire punti di riferimento solidi per l’educazione all’immagine». Le sue lezioni, spesso gremite nell’aula del Cenacolo dell’Accademia fiorentina, erano considerate vere esperienze formative: si partiva dall’arte moderna e contemporanea per arrivare al cinema, alla filosofia, alla psicologia della percezione, sempre attraverso uno sguardo critico e originale. Grande esperto di storia del cinema, Bernardi ha scritto numerosi saggi e contributi pubblicati su riviste specializzate. Alberto Malvolti della rivista “Erba d’Arno” lo ricorda come «un assiduo collaboratore» che, dal 1990 a oggi, ha pubblicato oltre 100 contributi. «Negli ultimi anni – proseguono amici e colleghi – i suoi interessi si erano allargati alla storia del cinema, argomento sul quale aveva pubblicato interventi approfonditi e penetranti». Tra i suoi volumi figurano “Letteratura e rivoluzione in Gramsci”, “Sociologia dell’oggetto e Disegno industriale” e “La pietra sotto la croce”. Ha inoltre curato mostre e cataloghi dedicati all’arte contemporanea, promuovendo artisti toscani e italiani e accompagnando molti giovani nei loro primi percorsi creativi.
Il rapporto con gli studenti e l’ironia come metodo
A renderlo indimenticabile, però, era anche il suo modo di stare accanto agli studenti. «Ciò che lo caratterizzava non era solo la sconfinata cultura, ma anche l’ironia con cui affrontava la vita», ricordano ancora. Un’ironia «intelligente e compassionevole», che diventava un modo per osservare il mondo con profondità e umanità. Per molti è stato «un faro, qualcuno che è riuscito a indirizzare i nostri sguardi verso una visione più profonda delle cose».
Il ricordo degli ex alunni della III N
A queste testimonianze si unisce il ricordo affettuoso di Susanna Cappellini e degli ex alunni della III N del 1970-71. «Appariva baldo e fiero tra noi sedicenni», scrive Cappellini, ricordando però anche la sua timidezza e quella capacità di arrossire davanti alle battute più irriverenti prima di riderne con complicità. Indimenticabili le lezioni di linguistica e il suo amore per il cinema, così come il grande borsone pieno di libri da cui estraeva ogni giorno “il piccolo tesoro quotidiano” da condividere con la classe.
Un professore che liberava la fantasia
E memorabile rimase anche una traccia assegnata per un tema: “C’era una volta un ippopotamino celeste”. Un invito spiazzante alla fantasia e alla libertà creativa, coerente con il suo modo di insegnare. «È stato un grande prof, sensibile e gentile, di quelli che toccano le corde più profonde e non si dimenticano mai», concludono i suoi studenti di allora.
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