Il Tirreno

Livorno

L’intervista

“Ponte della discordia” a Livorno, il progettista si difende: «Non nasce come la copia del precedente»

di Martina Trivigno

	Il ponte di viale Caprera (foto Stick) e l’ingegner Alessio Bozzi che ha curato la parte strutturale del nuovo ponte
Il ponte di viale Caprera (foto Stick) e l’ingegner Alessio Bozzi che ha curato la parte strutturale del nuovo ponte

L’ingegner Bozzi ha curato per il Comune la parte strutturale e difende l’opera: «Non è neppure un restauro, si tratta di un elemento nuovo con tanti vincoli»

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LIVORNO. C’è chi lo ha ribattezzato il “ponte della discordia”, chi lo osserva con diffidenza, chi ne critica le linee e chi, senza mezzi termini, lo liquida come una costruzione “in stile Lego”, fatta di elementi troppo regolari, troppo nuovi, troppo lontani dall’immaginario storico della città. Eppure, il nuovo ponte sul fosso di viale Caprera nasce da una storia lunga anni, fatta di attese, rallentamenti e scelte non sempre visibili a occhio nudo.

La svolta è arrivata il 29 aprile scorso, quando le ultime palancole sono state rimosse e l’antico canale su piazza del Luogo Pio è stato definitivamente riaperto. Oggi l’acqua scorre di nuovo e, a guardare l’intervento nel suo insieme, tutto può sembrare quasi lineare. Ma dietro quella riapertura c’è un percorso iniziato molto tempo fa: candidatura al bando periferie nel 2016, approvazione nel 2018, e solo il 22 settembre 2022 l’avvio concreto del cantiere. Nel mezzo, un progetto pensato per restituire continuità al sistema dei fossi, senza ricorrere a soluzioni artificiali, ma anche per garantire viabilità, sicurezza e integrazione con una città che nel frattempo è cambiata. Il risultato è una struttura in cemento armato rivestita in pietra, progettata per dialogare con il contesto ma senza imitarlo. Ed è proprio qui che si è aperta la frattura nell’opinione pubblica. Per capire cosa c’è davvero dietro al progetto — oltre le polemiche — Il Tirreno ha contattato l’ingegner Alessio Bozzi, che all’epoca, in qualità di dipendente del Comune, ha curato la parte strutturale dell’opera.

Ingegnere Bozzi, partiamo dall’origine: questo ponte non è la copia di quello che c’era prima. È stata una scelta precisa?

«Assolutamente sì. Il ponte non nasce come una copia del precedente e neppure come un restauro. È un elemento nuovo, progettato per svolgere due funzioni fondamentali: far passare le auto e permettere all’acqua di scorrere correttamente. Può piacere oppure no, ma non è stato concepito per imitare il passato: sarebbe impossibile per via dei vincoli tecnici e delle esigenze moderne. Il ponte, infatti, non è un intervento isolato, ma rappresenta l’ultimo tassello di un progetto più ampio: la riapertura dell’antico canale, interrato in passato per ragioni igieniche. Un percorso iniziato nel 2014, quando furono recuperati i tratti a monte e a valle di via della Venezia, con il ripristino delle antiche murature. Mancava però un elemento fondamentale: il collegamento tra questi due tratti, necessario per far tornare a scorrere l’acqua in modo naturale, senza pompe o sistemi artificiali. Ed è proprio qui che entra in gioco il nuovo ponte».

Eppure ora una parte delle critiche riguarda proprio l’aspetto estetico, considerato da alcuni poco coerente con il contesto storico.

«Capisco le osservazioni, ma è importante chiarire un punto: tutto ciò che è stato realizzato ha ottenuto il nulla osta della Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio. Non era richiesto — né sarebbe stato corretto — ricalcare ciò che c’era prima. Il progetto ricalca la funzionalità, non la forma storica. Difendo questa scelta: meglio un intervento contemporaneo dichiarato che un falso storico».

C’è chi parla di dettagli poco riusciti, come materiali o finiture.

«Fermarsi a un laterizio o a una cimasa che magari non convince tutti è, secondo me, un approccio un po’ riduttivo. Un’opera del genere va vista nel suo complesso. È chiaro che si può sempre fare meglio, ma bisogna considerare l’insieme dell’intervento, non il singolo dettaglio isolato».

Quindi il ponte è solo una parte di un progetto più ampio?

«Esatto. Questo è un punto fondamentale perché si inserisce in un intervento complessivo di riqualificazione di piazza del Luogo Pio. Ma questo non è un difetto: è un modo per raccontare l’evoluzione urbana, non per nasconderla».

Le polemiche, sollevate anche da alcuni suoi colleghi, l’hanno sorpresa?

«Mi hanno colpito, questo sì. Perché dietro a quest’opera c’è stato un grande lavoro tecnico, spesso invisibile. C’è un’idea progettuale che guida tutto l’intervento. Poi è normale: a qualcuno può piacere, ad altri no».

Qual è l’aspetto più difficile da far comprendere ai cittadini?

«Probabilmente il fatto che molte scelte non sono libere, ma vincolate. L’altezza del ponte, ad esempio, non è arbitraria. Soltanto per fare un esempio, la pendenza delle rampe deve rispettare limiti ben definiti per garantire sicurezza e comfort: un ponte troppo ripido, infatti, diventerebbe un ostacolo alla circolazione. Inoltre, sul lato nord, la presenza ravvicinata degli edifici ha imposto ulteriori limiti progettuali. A complicare tutto si aggiunge la rete fognaria, che ha bisogno di pendenze specifiche per funzionare correttamente. Un elemento poco visibile, ma decisivo nelle scelte finali. C’è poi la rete dei sottoservizi: otto la strada passano gas, acqua, elettricità e fibra ottica e tutto deve continuare a funzionare. Ecco, tutti questi elementi contribuiscono a determinare il risultato finale».

Proprio i sottoservizi hanno rappresentato uno degli elementi responsabili dei rallentamenti e ritardi.

«Esatto. Uno degli aspetti più complessi del progetto è stato costruire senza bloccare: il ponte è stato infatti realizzato per fasi, garantendo sempre il passaggio di auto e pedoni. Un’esigenza imprescindibile in una zona così centrale e trafficata. Ma la vera sfida, invisibile agli occhi, è stata un’altra: lo spostamento dei sottoservizi».

Quindi il compromesso è inevitabile quando si tratta di opere pubbliche?

«Sempre. Un’opera pubblica è sempre un equilibrio tra esigenze diverse: tecniche, funzionali, urbanistiche. In questo caso l’obiettivo principale era ripristinare il flusso naturale dell’acqua e garantire la viabilità. Tutto il resto è stato costruito intorno a questo».

Se dovesse sintetizzare il senso del progetto in una frase?

«Direi questo: non è un ponte pensato per guardare indietro, ma per far funzionare meglio la città oggi. E, al di là delle polemiche, la vera domanda è questa: quanto siamo disposti ad accettare che la città cambi, quando questo cambiamento serve a farla funzionare meglio?».

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