Muore a 91 anni Giorgio Fanfani imprenditore del porto di Livorno e tennista
Sua l’omonima azienda, il presidente Raugei: «Se ne va un pezzo di storia». Presidente di Asamar, è stato anche console di Danimarca
LIVORNO. Una delle ultime, leggendarie racchette di legno livornesi viene chiusa per sempre nel borsone del destino. Uno degli ultimi cavalieri della terra rossa prodotti dalla nostra città chiude la sua traiettoria terrena. Una vita scandita dai successi professionali, ma soprattutto dal tennis, quella dolce ossessione, quella passione che lo ha portato alle soglie dell’eccellenza nazionale.
Giorgio Fanfani, grande imprenditore scomparso l’altra notte a 91 anni, è stato uno dei migliori giocatori livornesi di sempre. Ha portato avanti l’omonima agenzia del porto dagli anni Cinquanta. Seguendo le orme del padre, si era occupato dell’azienda di famiglia. Già da giovanissimo si era ritrovato a far fronte alla responsabilità di guidare l’impresa in seguito alla prematura morte del genitore. La sua attività ha coperto gli anni che vanno dalla ricostruzione post-bellica fino alla globalizzazione e al gigantismo navale, passando attraverso la rivoluzione della containerizzazione del trasporto merci via mare. Del gruppo imprenditoriale della famiglia Fanfani fa parte anche la società William Shepherd, rilevata dai Fanfani negli anni Settanta e attiva nei traffici marittimi da oltre un secolo e mezzo. Fra gli incarichi ricoperti: console di Danimarca, vicepresidente dell’organizzazione mondiale degli agenti marittimi (Fonasba), presidente nazionale della federazione degli agenti marittimi (Federagenti) e poi di Asamar.
Fanfani, un’istituzione in porto, era un tennista talentuoso, coraggioso, sempre all’attacco. Soltanto il fato gli ha impedito di entrare con tutti gli onori nel Nirvana delle racchette nazionali. La sliding door gli si presentò davanti nel 1954, quando allora diciannovenne arrivò fino alla semifinale del campionato italiano di seconda categoria, a quei tempi davvero la bottega del Verrocchio che plasmava i Leonardo dell’italica racchetta.
Fanfani – come ricorda Roberto Pellegrini, compagno di tante battaglie sul campo e oggi consigliere nazionale della Federtennis – la notte prima della semifinale fu raggiunto dalla terribile notizia della scomparsa del padre, grande imprenditore nel campo delle spedizioni marittime. E davanti si trovò le due porte girevoli. Con grande senso di responsabilità, a quei tempi ancora un valore, imboccò quella del dovere: sarebbe stato lui a portare avanti l’azienda di famiglia, a scapito del tennis, la sua passione, la sua vocazione. Andò in Inghilterra a studiare, formarsi, prepararsi: Fanfani si trovò, giovanissimo, sulla tolda di comando di una grande agenzia di spedizioni, in società con l’imprenditore inglese Thomas Carr che qualche anno dopo tornò Oltremanica lasciando tutto nelle mani di Giorgio. Che nei decenni a venire ha saputo rendere ancora più solida l’azienda, divenuta una colonna dell’attività portuale ed economica della città, passando poi nelle mani dei figli. «Con Giorgio Fanfani – le parole di Enzo Raugei, presidente della Compagnia portuale – scompare un pezzo importante di storia del porto. Con la famiglia Fanfani abbiamo avuto momenti di collaborazione operativa e commerciale basati sulla reciproca stima e soddisfazione, un rapporto rimasto attivo rispetto alle opportunità che si sono e che si potranno presentare. Desidero esprimere a nome della Compagnia portuale un sincero cordoglio ai figli e vicinanza al loro dolore, al quale sapranno reagire proseguendo nella rotta iniziata dal padre».
Il lavoro, il dovere. Per qualche anno quelle splendide racchette dall’anima di legno che rappresentavano gli anni del bianco e nero restarono lassù, in soffitta. Ma poi, pian piano, la chimera della terra rossa tornò a cantare e Giorgio decise che era ora di tornare. Gli anni Sessanta, prima al circolo di via Roma, poi nella nuovissima Villa Lloyd, videro Giorgio Fanfani, il fratello minore Giuliano (forse il tennista livornese più forte di ogni tempo prima di Volandri, che arrivò anche in Prima categoria), Roberto Pellegrini, Bonati, Ciardi conquistare la Coppa Croce nel 1964, lo scudetto a squadre dei Seconda categoria.
«Giorgio – ricorda ancora Pellegrini – era un giocatore moderno, tutto attacco, pochi calcoli. A rete, nei colpi di volo era fortissimo e all’epoca era un valore aggiunto che faceva la differenza, specialmente in doppio. In coppia con lui vinsi il titolo di Seconda categoria, nel 1975. Aveva una tattica forse strana, ma tremendamente efficace: attaccava con una sorta di pallonetto, l’avversario ribatteva alzando la palla e lui azionava il suo smash, forse il colpo migliore». Fanfani ha collezionato scalpi importanti come Giordano Maioli, Michele Pirro e Roberto Valerio e ha vinto per tre volte il torneo di Livorno, all’epoca uno degli appuntamenti clou. Un amore contrastato, anche sfortunato quello del “sor” Giorgio per il tennis, ma assoluto: per tutta la vita l’odore della terra rossa, i calzini che diventano arancioni, il piacere del sudore sotto il sole, l’impatto della pallina con il piatto corde sono state un momento magico. Un amore che si è sostanziato, negli anni della maturità, anche con le mansioni dirigenziali: è stato infatti presidente dei circoli di Villa Lloyd prima e di Banditella poi. Sempre con quell’umile eleganza, mai gridata.
Adesso la racchetta di legno, bellissima, scompare dentro il borsone del ricordo. Quello di un tennista che poteva diventare anche più grande, ma che la vita ha dirottato altrove. Sempre attaccando, colpendo al volo, con quello smash. Umile ed elegante. Il funerale, a cura delle onoranze funebri della Svs, si terrà oggi alle 15 alla chiesa di San Jacopo, dopodiché sarà cremato. Lascia la moglie Vanda, i figli Giuliana, Angela, Guido, Vincenzo e Marco, molti nipoti e bisnipoti. l
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