Il Tirreno

Livorno

Indagini in corso

Livorno, attentato nella notte: bruciate la villa e le auto di un avvocato – «Ho avuto paura di morire»

di Stefano Taglione

	L'attentatore e i danni dopo il rogo
L'attentatore e i danni dopo il rogo

Le videocamere di sicurezza dell’immobile del professionista hanno ripreso l’attentatore incappucciato: è fuggito a piedi

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LIVORNO. Ha agito in appena un minuto. Volto coperto da un cappuccio, calzari di plastica usa e getta (che hanno pure preso fuoco) per non lasciare impronte e, soprattutto, un accendino, degli strofinacci e una tanica di benzina. È così che alle 5,05 di mattina di domenica 26 aprile, alla Rotonda di Ardenza, si è rischiata una tragedia. Un attentato quello verso l’avvocato Stefano Scalise, civilista con lo studio legale in via Grande, che si è ritrovato vittima di un agguato incendiario avvenuto fuori dalla sua villa di via Pacinotti, sul lungomare di Livorno.

La ricostruzione

Il piromane, ripreso dalle telecamere installate sulla facciata del bellissimo immobile di Ardenza mare, prima ha cosparso col liquido infiammabile la saracinesca del garage e l’ingresso, poi la carrozzeria della Bmw X1 del professionista, appiccando il rogo con l’accendino. Fiamme che, nel giro di pochi secondi, hanno distrutto tutto: oltre all’auto bianca, pure la Smart della moglie parcheggiata immediatamente davanti, parte della facciata e perfino fatto scoppiare i vetri della finestra del soggiorno. Con il fumo, densissimo, penetrato all’interno della villa, che Scalise ha acquistato nel maggio di quattro anni fa dal consigliere comunale di Fratelli d’Italia Alessandro Perini, con cui poi è finito in causa lamentando «una vendita per vizi occulti» e vincendo (parzialmente, perché comunque aveva chiesto un risarcimento ben superiore a quello poi decretato dal giudice) il primo grado di giudizio civile. L’incendiario è poi fuggito a piedi verso la Rotonda di Ardenza, sempre sotto gli occhi degli impianti di videosorveglianza di Scalise, che ha già consegnato tutti i video agli inquirenti.

L’identikit

L’uomo indossava una felpa o un k-way blu con il cappuccio calato in testa, un paio di pantaloni da tuta neri, mentre le scarpe erano nascoste dai calzari usa e getta di plastica, che nel momento in cui ha appiccato il rogo hanno preso fuoco. Ha dovuto sbattere i piedi per terra, più volte, per non bruciarsi. Ma potrebbe comunque aver rimediato delle ustioni. La speranza è che, oltre ai filmati registrati dal sistema di sorveglianza installato sulla palazzina, il piromane possa essere stato ripreso prima del suo arrivo o dopo la fuga senza il cappuccio calato in testa. In questo modo gli investigatori potrebbero riuscire a identificarlo.

Le indagini

L’inchiesta è scattata subito dopo che i vigili del fuoco, intervenuti con un’autobotte e un’autopompa serbatoio dalla caserma di via Campania, hanno domato il rogo. «Le fiamme – confermano – hanno interessato le due auto e la facciata del palazzo, soprattutto la zona delle finestre del pian terreno e la porta del box». Immediatamente dopo gli “angeli in divisa”, sul posto, sono arrivati i poliziotti della Squadra volante dell’ufficio prevenzione generale e soccorso pubblico della questura, diretti dal commissario capo Gabriele Nasca, che hanno parlato con Scalise, il quale ha descritto loro ciò che aveva appena visto attraverso le telecamere: «Ho paura, ho temuto per la vita», le sue parole. Ha sottolineato come il rogo fosse doloso, provocato da una persona fuggita a piedi. Le ricerche in zona, chiaramente, non potevano essere risolutive, dal momento che il piromane si era già da tempo allontanato, ma grazie ai filmati i colleghi della Squadra mobile di via Fiume, coordinati dal vicequestore Riccardo Signorelli, potranno proseguire le indagini, cercando di acquisire anche i video degli altri impianti di videosorveglianza, pubblici o privati che siano. Ci potrebbero essere, ad esempio, i fotogrammi registrati dallo Chalet della Rotonda, a poca distanza, e magari altri filmati dalle telecamere comunali. L’obiettivo è dare un volto e un nome all’incendiario, magari attraverso immagini nitide di lui senza il cappuccio calato in testa e sul volto oppure tramite il numero di targa del mezzo sul quale, con ogni probabilità, dopo la fuga a piedi si è poi allontanato dopo aver seminato paura e distruzione.

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