Il fatto
Violenza sessuale di gruppo, parla la vittima: «I tre calciatori mi hanno stuprata, quella notte ho pensato di morire»
I fatti risalgono al 2025: uno dei tre indagati, Jesus Christ Mawete, che all’epoca era in forza al Bra, adesso gioca nel Livorno. La studentessa ventenne: «Ero sopraffatta dalla paura sento ancora di avere le loro mani addosso»
LIVORNO. Dice di aver temuto il peggio, quella notte. Di essere stata sopraffatta dalla paura. E di essersi finta morta. «Ho chiuso gli occhi. Poi sono andata via senza dire nulla e mi sono fatta una doccia per un’ora. Sento ancora le loro mani addosso». A parlare è la studentessa ventenne che ha denunciato per stupro di gruppo tre calciatori all’epoca militanti nel Bra (Fausto Perseu, Alessio Rosa e Jesus Christ Mawete). Lo fa rilasciando un’intervista al quotidiano La Stampa in cui riporta la mente alla festa del 30 maggio 2025, quando la squadra giallorossa festeggiava la promozione in serie C.
«Ci sono momenti – racconta la ventenne studentessa al giornalista Massimiliano Peggio – in cui spacco il muro a pugni e altri in cui non mi alzo dal letto. Non riesco a frequentare posti troppo affollati perché sento di avere gli occhi puntati addosso. Provo vergogna. Quasi ogni giorno lotto contro i miei brutti pensieri, quelli che mi dicono di farla finita: arrivano all’improvviso, quando meno te lo aspetti. Escono dalla camera oscura».
La ragazza dice che le vengono dei flashback di quella sera. «Sento di avere mani addosso. Sono flashback che non riesco a spegnere. Una sera sono andata in una discoteca con un’amica e tempo mezz’ora mi sono sentita toccare ovunque. Attorno a me non c’era nessuno. Così sono uscita e ho passato la serata in macchina».
Poi ripercorre i fatti che ha denunciato. Un anno fa «con due amiche e altri conoscenti, tra cui un amico calciatore, ci siamo ritrovati in un locale. Abbiamo bevuto Gin Lemon. Poi ci hanno raggiunti gli altri giocatori. Erano in tutto sette o otto». I tre indagati sarebbero stati nel locale. «Avevo le loro mani addosso. Le mie amiche hanno cercato di separami. Uno dei tre mi piaceva esteticamente. Per questo poi mi sono separata dalle mie amiche e ho accettato di seguirlo a casa sua. Ma volevo stare solo con lui».
Poi però sarebbero arrivati anche gli altri. «Uno è comparso in stanza e si è seduto sul letto. Il terzo è arrivato dopo. Lo hanno chiamato al telefono. Ho chiuso gli occhi e mi sono finta morta. Il sistema nervoso ti dà due possibilità: l’opzione di lottare e fuggire, oppure di rimanere sopraffatto dalla paura. A me è capitata la seconda. Quando è arrivato il terzo ho pensato: “qui muoio”». Tutto sarebbe poi finito «quando la mia amica, che mi aveva persa di vista, ha iniziato a cercarmi dicendo che avrebbe chiamato i carabinieri. Qualcuno ha avvisato i tre. Così si sono fermati e mi sono rivestita. Ho detto che non ero andata lì con la forza. In quel momento pensavo solo di andarmene. Di certo non volevo fare sesso di gruppo. Sono stata in quella casa una ventina di minuti. Mi sono sentita un trofeo. Volevano festeggiare la vittoria». Dopo «sono andata via senza dire nulla e mi sono fatta una doccia per un’ora. Tre giorni dopo, quando un’amica di Torino mi ha vista sconvolta alla fine le ho raccontato tutto e lei mi ha portata al centro anti violenze del Sant’Anna». Da qui la denuncia.
E a un anno dai fatti denunciati la giovane dice di aver «tagliato i ponti con tutte le persone che conosco lì (a Bra, ndr). Provo vergogna. La mia vita è cambiata». Per quanto riguarda i calciatori del Bra «alcuni li conoscevo di vista. A volte li incrociavo in una palestra che frequentavo, a Bra. Uno di loro, che non è coinvolto nella vicenda, lo consideravo un amico. Lui, quella sera, ha offerto da bere a me e alle due amiche con le quali ero in giro per la città. E poi ha detto cose non vere sul mio conto (che nei giorni precedenti al fatto sarebbe andata a dire di voler fare sesso di gruppo con i calciatori, ndr) per aiutare i compagni».
La giovane dice che adesso sta provando a ripartire. «Per ora ho ripreso a studiare e ho dato un paio di esami. Ho recuperato un po’ il terreno perduto. Studio tutto il giorno. A volte non riesco a concentrarmi. Rimango a fissare il vuoto e scopro che è passata un’ora. In compenso prendo medicine: antidepressivi, ansiolitici, antipsicotici. Al mattino, al pomeriggio, prima di dormire. Però ho trovato un vantaggio. Sto preparando l’esame di farmacologia. Leggendo i componendi dei farmaci mi dico: “Questo lo prendo, questo pure”. Non mi faccio mancare nulla, insomma. Arriverò all’esame preparata visto che la mia giornata è scandita dalle gocce».
Un giorno è successo che «avevo fatto un cocktail di vino e farmaci. Quella mi sembrava la soluzione più facile. Poi però ho visto una foto sul comodino, di me con mio fratello, e ho chiamato l’ambulanza. Al telefono ho detto: “Ho fatto una sciocchezza, mi sono pentita”. Stavo male».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
