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L'intervista

Da Livorno all'Olimpo del jazz, Mauro Grossi e quella pianolina: «Ho fatto più di quel che sognavo»

di Greta Leone
Da Livorno all'Olimpo del jazz, Mauro Grossi e quella pianolina: «Ho fatto più di quel che sognavo»<br>

Il pianista, classe ’59, maestro di Bollani si racconta in vista del concerto alla Goldonetta

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LIVORNO «È iniziato tutto per caso, con una pianolina: un regalo da bambino, di quelli che andavano ai miei tempi. E da lì… è partito tutto, inesorabilmente». Mauro Grossi, classe ’59, uno dei mostri sacri del jazz italiano, pianista, maestro di talenti come Bollani e Rea si racconta al Tirreno.

Come un libro aperto, in vista del prossimo concerto “Cinemotion” l’11 aprile alla Goldonetta, alle 18, sotto la direzione d’orchestra del maestro Mario Menicagli (biglietti in vendita sul sito www.goldoniteatro.it.

Prima l’orchestrina, poi il rock, l’orchestrina da ballo. Poi ha deciso di fare sul serio.

«Ho deciso di fare sul serio col conservatorio. Ma non è stato un percorso continuo. È stata un’ odissea. Alla fine, però ce l’ho fatta. Ho preso i miei titoli e sono finito anche a insegnare. Ma detta così è troppo semplice».

Il jazz, in realtà, arriva dopo.

«Mi salivano delle emozioni su certi suoni, non sapevo cosa fossero. I bambini sono buffi, no? Però quei suoni mi chiamavano. Ho iniziato a muovermi verso quella direzione, istintivamente. Poi ho capito che era jazz».

Primo concerto a 16 anni.

«Sì, avevo 16 anni, al Folkstudio di Roma. Non sapevo nemmeno cosa andassi a fare. Però è andata bene».

Lei è uno dei mostri sacri del jazz mondiale. Ci tiene molto a raccontare le sue origini.

«Io vengo da una famiglia operaia, portuale: casa popolare, assegnata per miseria. Mio padre era uno scaricatore di porto. Nessuna tradizione musicale, nessuna rete. Mi sono fatto tutto da solo, passo dopo passo».

Quando parla di destino, lo fa senza retorica.

«Quando trovi qualcosa che è tuo, sembra che gli eventi si mettano in fila da soli: puoi fare mille strade, ma alla fine arrivi lì. Per me è stato così».

Tra gli allievi, un nome emerge inevitabilmente: Stefano Bollani.

«L’ho conosciuto da ragazzino, l’ho seguito per anni: era già fortissimo. A un certo punto ho smesso di fargli lezione perché non me la sentivo più. Ci stimiamo, ci sentiamo. È una soddisfazione enorme. Anche perché è uno che se lo merita».

Quella volta che ha rinunciato a un tour con Chet Baker come andò?

«Mi è capitato di dover dire di no a cose importanti: una volta ho rinunciato a un tour con Chet Baker, che per me era un riferimento enorme, perché mi aspettava una masterclass al Mozarteum di Salisburgo con Herbie Hancock. La cosa incredibile è che tutto stava succedendo contemporaneamente. In quei giorni lì, quei mondi si toccavano davvero, e in qualche modo hanno toccato anche la mia vita».

Cambia tono quando si parla di insegnamento.

«La cosa fondamentale che cerco di trasmettere è una sola: apertura mentale. La musica non è giusta o sbagliata. È bella o brutta. Io posso emozionarmi anche con un pezzo rock, come Kashmir dei Led Zeppelin».

E poi c’è Livorno, presenza costante, contraddittoria nella sua vita.

«L’ho tanto odiata perché in realtà la amo. Da giovane la sentivo stretta, provinciale. Poi ho visitato altri posti e ho capito che non era così male: è una città che ha dato tantissimo. E secondo me verrà rivalutata».

Cosa è per lei la musica?

«Le carriere non sono solo talento: conta come ti muovi, come comunichi. La musica da sola non basta. L’importante è fare le cose bene, con sincerità. Studiare sempre, non accontentarsi».

Cosa si deve aspettare il pubblico con Cinemotion?

«È un progetto a cui tengo tantissimo. Nasce, quasi per gioco, e ha funzionato subito: all’inizio era un quintetto jazz più archi, oggi è un’orchestra vera, con una scrittura quasi classica. L’idea però è sempre la stessa: unire jazz e musica da film, che è già ibrida di suo. Non volevo fare le solite cose. Ho cercato brani meno conosciuti, a volte trascrivendoli direttamente dai dischi».

Un lavoro lungo e minuzioso.

«Passi ore su una singola nota, ma sono i dettagli che fanno la differenza».

Chi sarà con lei sul palco e come si svolgerà il concerto in Goldonetta?

«Mario Menicagli è stato fondamentale per sviluppare questo progetto. Sul palco una formazione speciale, da un lato l’Orchestra del Teatro Goldoni “Massimo de Bernart”, dall’altro un gruppo di musicisti, tutti suoi ex allievi: Andrea Tofanelli (tromba e flicorno), Fabrizio Desideri (sax), Michele Vannucci (batteria) e Simone Pesi (contrabbasso). Vederli crescere e suonare con me è il senso di tutto. Sono previsti otto-nove brani rielaborati per l’occasione, in un dialogo continuo tra classica e jazz, con musiche di Piccioni, Martelli, Morricone e Piovani».

Ha fatto ciò che sognava nella sua vita?

«Io penso di aver fatto anche più di quello che sognavo. Da ragazzo mi sarebbe bastato fare semplicemente il musicista, in qualsiasi modo. E invece… è andata bene».l

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