Il pasticcio
Livorno, va nel bosco a cercare asparagi e trova una lapide romana: «Una triplice emozione»
L’eccezionale scoperta di un ex vigile del fuoco del Gruppo archeologico Paleontologico livornese
LIVORNO. Chi lo conosce bene racconta che già da ragazzo, ai tempi delle scuole superiori, Roberto Tessari, salvianese doc, era un super appassionato di preistoria. Per una vita ha poi indossato la divisa dei vigili del fuoco. Ma la passione per le nostre origini lo ha sempre accompagnato. Tanto che negli anni Settanta è stato tra i fondatori del Gruppo Archeologico Paleontologico livornese, di cui fa parte. Immaginatevi allora l’emozione quando pochi giorni fa, uscito di casa per andare a cercare asparagi, si è trovato davanti una lapide funeraria di epoca romana perfettamente conservata.
Detta così sembra quasi uno scherzo. Del resto nella Livorno della grande burla – quella delle teste di Modì – ci si potrebbe aspettare di tutto. Invece il ritrovamento è di quelli degni di nota, una scoperta che capita una volta nella vita, se a certificarlo è la Soprintendenza delle belle arti per le province di Pisa e di Livorno, che ha riconosciuto che si tratta di una lapide funeraria romana, con un’iscrizione che potrebbe risalire al secondo secolo dopo Cristo.
Lo chiarisce la nota della funzionaria archeologa Lorella Alderighi, che l’11 marzo ha ricevuto la telefonata di Tessari, che informava la Soprintendenza di quello che aveva trovato in un canale, «in un’area della campagna livornese dove si trovava in cerca di asparagi». Prima la telefonata, poi le foto. Ed eccola lì: una lapide funeraria romana, in pietra, «perfettamente integra nell’epigrafe iscritta e leggermente lacunosa su due angoli della cornice». Si trovava nell’acqua, forse scivolata dall’argine con le ultime piogge, in una zona lasciata incolta ma moto frequentata da cacciatori e cercatori di asparagi.
«Ritenendo necessario provvedere immediatamente alla salvaguardia del reperto, data la pesantezza della lapide e l’impervietà del luogo, nonché la lontananza da strade carrabili, è stato organizzato il recupero grazie all’aiuto dei vigili del fuoco di Livorno, ai quali va un grande ringraziamento per il lavoro svolto», evidenziano dalla Soprintendenza. Portato a termine il recupero con non poche difficoltà, la lapide è stata ricoverata in un primo momento nella sede degli stessi vigili del fuoco, poi presso la Soprintendenza archeologia, delle belle arti e del paesaggio diretta da Valerio Tesi, «dove è conservata in attesa di una dovuta pulitura della superficie e una eventuale prossima esposizione».
Contattato dal Tirreno, Tessari non nasconde l’emozione. «Una triplice emozione», racconta. Intanto perché «è uno di quei reperti in cui, da appassionato, speri di imbatterti una volta nella vita». Poi perché «trovarla a Livorno, sapere che può scrivere la storia della nostra città, è bellissimo, tutti noi che facciamo parte del gruppo siamo innamorati del nostro territorio». Infine «è una bella emozione sapere che questo ritrovamento arriva prima che vada in pensione, ad aprile, la funzionaria Alderighi, che sta studiando proprio le lapidi livornesi».
«Non mi rendo ancora conto dell’importanza di questa scoperta – aggiunge – mi auguro che la lapide resti a Livorno, magari nel Museo di storia naturale del Mediterraneo, dove è custodita la collezione di 170 monete antiche trovate sempre da un membro del Gruppo archeologico paleontologico. Oltre alla piccola fornace trovata alla Scopaia».
La lapide, come si legge nella nota della Soprintendenza, è alta 29 centimetri (un piede romano), larga 45 (un piede e mezzo) e spessa 9. Le lettere sono capitali, alte 4 centimetri. «La lapide – viene ricostruito dalla funzionaria – doveva essere inserita in un monumento funerario dedicato alle tre persone ivi ricordate. Sul quarto rigo è presente la formula abbreviata V(ivus/ivi) F(Fecit/fecerunt), a indicare che i personaggi citati, appartenenti alla stessa famiglia, hanno fatto realizzare il monumento funerario mentre erano, forse solo due di loro, i dedicanti, ancora in vita».
«La scoperta – viene sottolineato – è assai interessante in quanto si tratta di una delle rare lapidi iscritte romane perfettamente conservate nel loro testo tra quelle rinvenute nel territorio livornese. Pur essendo indiziati in passato alcuni luoghi vicini ma non limitrofi per l’epoca preistorica e per ipotetici resti non databili, il sito al momento non presenta alcuna struttura muraria, cosa che comunque si potrà appurare con sopralluoghi nei prossimi giorni, appena il terreno, impantanato, sarà di nuovo agibile». Bocche cucite sull’area esatta del ritrovamento, per proteggerla in vista di scavi e approfondimenti.
Che ci faceva lì quella lapide? «Visto l’isolamento del sito, oggi come forse in passato – si legge nella ricostruzione – non si esclude che la lapide possa indicare il luogo di un laboratorio di lapicida, ovvero che la lapide non sia mai stata collegata a una struttura funeraria in quanto il retro del marmo, grossolanamente sbozzato, ad occhio nudo non presenta tracce di malta». L’iscrizione «è databile probabilmente al secondo secolo dopo Cristo». «II nome gentilizio citato per i personaggi maschili (Titus Anconius Severus, Anconius Priscus) e la figura femminile (Sabinia Severa) non appartengono – è la conclusione – a personaggi noti e solo per la prima figura maschile è citato il praenomen».
Tutti gli altri fattori presi in esame «potrebbero indicare lo status di liberti, quei gruppi sociali, importanti economicamente, che tra il secondo e il terzo secolo lasciano tracce di sé nella documentazione epigrafica dell’Etruria settentrionale, al punto da cercare di ottenere una specie di consacrazione sociale anche grazie al monumento funerario. È anche per questo che si preparano la lapide funeraria mentre sono ancora in vita...».
