Livorno, il ministero è a caccia dell’area per l’hotspot di migranti: scontro sulle aree utilizzabili
I sindaci del territorio e l’Autorità portuale hanno già risposto no alla nota del prefetto. Riflettori puntati su un edificio demaniale che si trova nei confini di Stagno vecchia
LIVORNO. La Regione, governata dal centrosinistra, ha già detto no alla creazione anche in Toscana di Cpr e hotspot per i migranti, ovvero Centri di permanenza per il rimpatrio e centri di prima accoglienza e identificazione previsti sulle frontiere esterne dell’Europa, come quello di Lampedusa, che è il principale hotspot in Italia. Lo ha ribadito da ultimo l’assessora regionale Alessandra Nardini, quando a inizio marzo ha attraccato a Livorno la Ocean Viking della ong SOS Méditerranée, con a bordo 147 persone soccorse nel Mediterraneo. In quell’occasione Nardini ha detto no alle ipotesi di hotspot nei porti di Livorno e di Carrara invitando a «mettere in luce le esperienze positive nate in Toscana», che puntano su accoglienza diffusa, mediazione culturale e inclusione sociale e lavorativa.
Il percorso amministrativo verso la creazione di nuovi hotspot, rimasto sullo sfondo della battaglia politica, non si è però fermato. A quanto risulta al Tirreno è andato avanti. Tanto che oggi, dietro le quinte, il tema non sembra più se si farà un hotspot nel territorio di Livorno, ma dove e come. Con realtà come Azione Antifascista che hanno già messo in piedi assemblee pubbliche per dire «no alla nuova “prigione” per migranti e richiedenti asilo a Livorno».
A che punto siamo arrivati lo raccontiamo oggi. La prefettura, su input del ministero dell’Interno, ha scritto ai sindaci della provincia, al presidente dell’Autorità portuale e al direttore dell’Agenzia del Demanio per sondare la disponibilità di aree o di immobili da destinare ad hotspot. Strutture che di solito vengono messe in piedi non lontano dai luoghi di sbarco per registrare chi arriva sul suolo italiano, distinguendo (entro 48 o 72 ore, almeno così dicono le carte) tra chi avrebbe il diritto di fare domanda di protezione e chi invece dovrebbe essere rimpatriato.
Il percorso di ricognizione delle aree livornesi è partito a cavallo tra dicembre e gennaio, e alla prima richiesta sono seguiti solleciti. A quanto risulta sia l’Autorità portuale che i Comuni hanno risposto no. Magari con motivazioni diverse, e anche partendo da diversi colori politici, ma comunque no: «Non abbiamo aree». Così ora si stanno sondando spazi del demanio statale.
La lettera che gli enti hanno ricevuto dal prefetto Giancarlo Dionisi faceva prima di tutto riferimento alla nota con cui il dipartimento per le Libertà civili e l’immigrazione del ministero dell’Interno ha incaricato le prefetture di «individuare aree idonee alla realizzazione di strutture da adibire allo screening e all’accoglienza di migranti sottoposti alle procedure di frontiera». Una nota, si legge, che «intende ottemperare al dettato del Regolamento dell’Unione Europea» sulle procedure di asilo e «dare esecuzione» alla decisione del 5 agosto 2024 della Commissione Ue, «che ha individuato in 8.016 il numero complessivo di posti da devolvere all’accoglienza sul territorio italiano».
Il ministero ha deciso quindi di «procedere alla revisione delle attuali zone di frontiera, con il proposito di istituirne ex novo ulteriori dodici». Attenzione: ulteriori dodici da «individuare anche sulla base dei porti di sbarco delle Ong che svolgono attività di Sar», ricerca e soccorso in mare. E qui si arriva a Livorno: «La città, considerato questo requisito, è stata designata tra le istituende zone di frontiera». Per questo c’è la «necessità di reperire sul territorio provinciale un’area – preferibilmente demaniale o comunque pubblica – sulla quale realizzare una struttura in cui saranno effettuati gli screening» e dove «si svolgerà la breve permanenza dei migranti demandata agli hotspot». Anche solo una superficie abbastanza grande da metterci sopra dei prefabbricati, raccomandando «di notiziare in merito» con una «cortese urgenza».
Dall’Autorità portuale, ricevuta la nota, hanno risposto alla prefettura che non ci sono in porto aree disponibili con quel tipo di caratteristiche.
Idem dal municipio. «Il Comune di Livorno è stato il primo, insieme a tutti gli altri Comuni della provincia, a ricevere questa richiesta», riferiscono il sindaco Luca Salvetti e l’assessore Andrea Raspanti, di area centrosinistra: «Abbiamo risposto che non abbiamo spazi per attività di questo tipo e che in ogni caso non capiamo perché si voglia procedere in questa direzione quando le nostre operazioni di sbarco funzionano bene, come dimostrato nelle 24 occasioni di accoglienza delle navi di migranti in città. Non abbiamo mai avuto problemi, mentre questo strumento, come dimostrato da tantissime segnalazioni di organizzazioni umanitari in questi anni, è esposto al rischio di degenerare in luoghi di detenzione dove i diritti umani vengono sospesi».
Usa toni e ha argomentazioni diverse, ma che portano comunque allo stesso finale, il sindaco di destra di Piombino, Francesco Ferrari (Fdi): «Per Piombino, che ha tre Cas (Centri di accoglienza straordinaria) c’è già un dialogo aperto e costruttivo con il prefetto, che ha compreso perfettamente, per una redistribuzione geografica più equa dei Cas dei migranti. Va da sé che non mi pare ci siano le condizioni perché Piombino possa ospitare anche un hotspot».
«Anche noi abbiamo risposto che non abbiamo aree o beni disponibili sul territorio comunale di nostra proprietà», dice da Collesalvetti la sindaca Sara Paoli (Pd): «Se deve essere aperto un hotspot perché ce n’è la necessità, si metta prima in piedi un percorso di dialogo con i nostri territori. Non vorrei trovarmi a dover gestire una scelta calata dall’alto».
Non lo dice a caso, la sindaca. Perché la ricognizione di aree da parte della prefettura, per conto del ministero, sta andando avanti. E proprio un paio di settimane fa si sono accesi i riflettori su uno spazio, che sarebbe di proprietà demaniale, nel cuore di Stagno vecchia: un edificio e un terreno chiusi da anni, in corso Italia, vicino alla chiesa e allo Scolmatore.
Sul punto non arrivano conferme ufficiali, ma neanche smentite. Gli approfondimenti degli uffici territoriali del governo sono in corso su alcune aree, compresa questa. Segno che il percorso – fortemente criticato anche da Caritas e Fondazione Migrantes, con un documento nazionale condiviso dai vescovi toscani – sta andando avanti.
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