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Livorno riscopre il mulino ad acqua di Villa Rodocanacchi tra pietre, volte e gallerie. Che spettacolo

di Francesca Suggi
Livorno riscopre il mulino ad acqua di Villa Rodocanacchi tra pietre, volte e gallerie. Che spettacolo

Il conte Scheriman e quella storia di fine ‘700 di mugnai e grano. Pera (Reset): «Lo stiamo ripulendo: cerchiamo anche le antiche pale»

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LIVORNO E’ lui. Il mulino ad acqua di Villa Rodocanacchi. Pietra, quella vera delle rocce del botro, lunghe gallerie piene di detriti, con la speranza di ritrovare là in fondo le vecchie pale. E ancora le volte in cotto. Una struttura di una decina di metri che lascia gli studenti del liceo Enriques a bocca aperta: dai libri di storia alla voglia di tornare a raccontarla, quella storia, fatta di secoli, di mugnai, di partite di grano. Dal 1752 ad oggi.

Qui Villa Rodocanacchi, Monterotondo: è la nuova impresa dei volontari dell’associazione Reset, cantori della storia cittadina a suon di fatica e passione. «Mentre facevamo vedere ai nostri ragazzi del liceo questa meraviglia, a conclusione del percorso Pcto che hanno fatto con noi, ci siamo detti: è un luogo fresco e refrigerato rispetto alla calura di questi tempi, perché non ripuliamo quel che resta della struttura e vediamo di riportarla almeno un po’ all’antica meraviglia?», così il presidente Giuseppe Pera.

Detto, fatto. Da qualche giorno i volontari sono tutti concentrati lì, in quel botro del Mulino (che anche adesso ha il suo rigagnolo d’acqua, nonostante l’estate torrida) che ha preso il nome proprio da quell’antica struttura voluta dal conte armeno persiano David Scheriman nel 1752. Pera sfoglia libri storici e documenti che arrivano anche dall’archivio storico del Comune. In un documento datato 1752 si legge: “Il signor David Scheriman di codesta città ha fatto istanza al Magistrato nostro perché sia concessa facoltà di poter far costruire due mulini nelle colline di Montenero, luogo detto Monterotondo, uno a vento e uno ad acqua con valersi rispetto a quest’ultimo dell’acqua che scaturisce da una sorgente vicino al luogo della costruzione”.

«E questo è il nostro mulino: questa struttura ha attraversato secoli tanto era fatta bene», esclama Pera. Parla e sfoglia uno scrigno della storia locale tutto da leggere: “I mulini del territorio livornese. L'evoluzione di una produzione dal secolo XIII al secolo XIX”. Dentro i testi di Clara Errico, Michele Montanelli, Riccardo Ciorli e Massimo Sanacore che ricostruiscono parti importanti di questa bella storia.

Storie di mugnai e farine

Il conte aveva acquistato quei terreni nel 1743 dalla Certosa di Pisa. Nel libro si parla di vocazione molinatoria del territorio livornese. Nel 1817 il mulino entrò in possesso a Luigi Salucci: si sa che aveva palmenti tassati a 2 lire l’uno. Nel 1836 la proprietà passa a Giovanni Bartolomei, facoltoso imprenditore livornese che possiede diversi opifici sia ad acqua che a vento. Passano gli anni, cambiano i proprietari. Arriva Moisè Foa, il mulino viene tassato per 4 lire a macina ogni anno.

I nomi si intrecciano alla storia. Nel 1868 l’esercente del mulino é Tommaso Giammanossi e il proprietario è Beniamino Foà. Due anni dopo cambia il mugnaio: nel 1873 subentra Egidio Giammanossi (già proprietario anche del mulino a vento in loco): il 26 settembre di quell’anno fa istanza all’Intendenza di Finanza di Livorno affinché venga fatta una revisione straordinaria delle quote fisse di macinazione stabilite per il secondo palmento del suo mulino. Nel 1874 dalle carte risulta che il mulino “Botro del molino” lavora con un carico di 15 quintali di grano e 23 di granoturco per tutto l’anno. Che storia. Del mulino ad acqua, quello inferiore, seppur lesionato dal tempo, ancora si possono leggere le antiche strutture, la gora col suo possente muraglione e all’interno anche le macine, seppure rotte. Quelle macine che Reset ha già ritrovato, al primo piano della struttura.

Reset in campo

Il presidente Pera guarda con meraviglia quella struttura che ha davanti agli occhi. Con lui i tanti volontari che ogni giorno cercano di riportare a galla la sua storia. Per poterla poi mostrare alla città. Agli appassionati. Il tetto ha ceduto: l’alluvione del 2017 ha travolto quella bella opera idraulica. Che, nonostante tutto, resiste al tempo e agli eventi. «Le macine del primo piano le abbiamo ritrovate, speriamo di riuscire ad arrivare alle vecchie ruote, una volta ripulite le due gallerie piene di detriti», spiega quel che si fa. La struttura è a due piani. «Noi stiamo scavando sotto, nella parte cosiddetta inferno o infernotto che indica una parte del mulino ad acqua, nello specifico il condotto che convoglia l'acqua per far girare la ruota», specifica. E ancora: «Nelle gallerie c’è il foro di quello che era l’albero del mulino: in fondo siamo sicuri di trovare la fine del canale dell’acqua che scendeva per andare nella gora. A seguire ripuliremo anche quella, che è completamente sana».

In sostanza la gora è una sorta di invaso con muri spessissimi che permetteva all'acqua di raggiungere la ruota del mulino, facendola girare e trasformando l'energia idrica in energia meccanica. «La gora è circa 10 metri più alta del mulino, per far scendere l’acqua a cascata: l’acqua faceva un salto di 4,5 metri e così acquistava forza». Verso monte, a circa duecento metri di distanza, fu costruita una diga per alzare il livello dell’acqua. E dopo aver letto libri dedicati, Pera fa un passo indietro. «Ai tempi, al primo piano c’erano le 2 tramogge col grano, le due pietre di macina e ovviamente il mugnaio che seguiva tutti i meccanismi che regolavano il mulino, compreso il deposito delle farine in due stanze separate».

Non sarà un lavoro né facile, né veloce quello dei volontari Reset che da due anni, attraverso un patto di collaborazione ad hoc con la Asl, si prendono cura del parco di Villa Rodocanacchi riportandone alla luce la storia come il laghetto, gli imbarcaderi, il pozzo, le voliere dei pavoni, la fontana.

La Livorno dei mulini

Sempre sfogliando il libro “I mulini del territorio livornese L'evoluzione di una produzione dal secolo XIII al secolo XIX” si fa un viaggio nella Livorno dei mulini. Si fa ovviamente riferimento al conte David Scheriman e a Monterotondo.

Parlando del territorio si legge: “Nel 1857 tutti i mulini avevano un solo palmento (coppia di macine): appartengono rispettivamente a Caterina Maggi quello di Popogna (poggio Montioni); a Mois Foà quello di Monterotondo; alla chiesa curata della Valle Benedetta, e per essa gestito dal rettore don Pietro Misasi, quello di Valle Benedetta; a Vincenzo Carminati il mulino detto dell'Ardenza, situato nei pressi della Madonnina (ex Conti); ai fratelli Chiappe quello detto "la Morazzana", nei pressi del monte Tignoso, sempre all'Ardenza”.

E ancora al cavalier Niccola Niccolai Gamba apparteneva quello detto "di Bellavista" situato in vicinanza del podere omonimo, di Antignano, lungo la strada che conduce alle Case e Casine nuove; infine a Pericle Cavalletti apparteneva il mulino dello" Stringaio ".

“Tutti erano tassati con il minimo previsto, tre lire a palmento - si legge - il che denota la loro scarsa lavorazione sia in giornate che in quantità di prodotto. In quanto agli esercenti, che non sempre coincidevano con il proprietario, nel 1868 per lo "Stringaio" risulta David Menicagli che gestiva anche quello della "Morazzana"; un altro Michele Menicagli si occupava invece del mulino detto "Bellavista". A quello di Monterotondo c’era Giammanossi, mentre quelli del "Castellaruccio" (Valle Benedetta) e di "Montioni " erano in gestione rispettivamente a Francesco e Sebastiano Camporeggi. Mancano le notazioni sul mulino dell'Ardenza che nel frattempo deve aver cessato l'attività. Nel 1874 risulta che il mulino di "Montioni", esercente Sebastiano Camporeggi, ha una quantità di cereali prevista da macinarsi, nell'anno, di 8 quintali di grano e 6 di granturco”.l
 

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