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L'intervista

"Un comico fatto di sangue", Alessandro Benvenuti a Livorno col suo umorismo come filosofia

di Claudio Marmugi
"Un comico fatto di sangue", Alessandro Benvenuti a Livorno col suo umorismo come filosofia

L’artista il 14 luglio in Fortezza Vecchia: «È una storia familiare che ho scritto con mia moglie Chiara»

08 luglio 2024
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LIVORNO. Parafrasando il titolo dello spettacolo che sta portando in tour in estate si potrebbe dire che Alessandro Benvenuti è “un artista fatto di cuore e cervello”, un maestro della parola che ha reso l’umorismo toscano filosofia. Domenica 14 luglio, l’ex Giancattivo, il genio di Casa Gori, il gigantesco Emo dei Delitti del BarLume, sarà in Fortezza Vecchia a Livorno col suo “Un comico fatto di sangue” (ore 21,30, posto unico 20 euro, biglietti su www.fortezzavecchia.it) per la stagione artistica creata da Luca Menicagli per “Menicagli Pianoforti”, e ci sarà da divertirsi non poco, nonché da imparare qualcosa, ché l’umorismo di Benvenuti non è mai per ridere e basta, ma è sempre arma per decifrare il mondo e illuminare d’intelligenza il nostro vivere quotidiano. Benvenuti, sempre coerente a sé stesso pur nel suo eclettismo e nella sua poliedricità, in oltre cinquant’anni di carriera ha definito uno stile.

Benvenuti, perché ha scelto di riprendere questo suo spettacolo del 2013?

«È un testo molto attuale e, nel frattempo, è diventato il primo capitolo di una trilogia. “Un comico fatto di sangue” è il primo capitolo della trilogia del “sangue”, che io chiamo anche del “Dinosauro canterino”. Il secondo capitolo è “Panico ma rosa” del 2021, che ho già portato in Fortezza Vecchia (nel 2022, nda) e il terzo capitolo ha visto una prima luce quest’anno al Metastasio di Prato e s’intitola “Lieto fine”».

Come racconterebbe agli spettatori “Un comico fatto di sangue”?

«È un racconto familiare, dove un uomo e una donna, che si vogliono bene e hanno fatto dei figli, entrano in crisi per i troppi animali che vengono imposti dalle donne di casa all’uomo. La vicenda si dipana nell’arco di 15 anni in 5 atti brevi. È una storia familiare e la particolarità è che lo spettacolo l’ho scritto con Chiara Grazzini, che nella vita è mia moglie. Ad un certo punto, il protagonista scopre in un cassetto degli appunti, delle annotazioni femminili della moglie (ed è un testo scritto interamente da Chiara, nda). Lui racconta la storia dal suo punto di vista, ma nel quarto quadro si legge la storia dal punto di vista della donna, ed è completamente diverso. La comicità parte dall’analisi dei fattori familiari e come scrittura è quello più lineare. La trama è comprensibile e la comicità è la mia, caustica, sarcastica. Il titolo, attenzione, ha una doppia valenza».

Dunque, la vicenda è evoluta in “Panico”?

«In “Panico ma rosa”, nato durante il lockdown del 2020, racconto due mesi di clausura in casa con le stesse donne di “Un comico fatto di sangue” - senza mostrificare la donna, eh, lo preciso. Con “Lieto fine” sono 24 anni che sto dietro a questi personaggi. Queste tre opere compongono un’altra grande vicenda familiare, come quella dei Gori scritta con Ugo Chiti. Questa però l’ho scritta da solo. Mi piacerebbe, un giorno, riuscire a fare i tre spettacoli di seguito in teatro, magari nell’arco di un mese, per far vedere al pubblico che ci sono forti rimandi e collegamenti».

Il terzo capitolo metterà davvero il “Lieto fine”?

«“Lieto fine” è una follia, ma proprio una follia. Al centro c’è una bicicletta multifunzionale che si alimenta pedalando, tira fuori voci, persone e ricordi. È un’esplosione che ho avuto nella testa e che segue un flusso. È il racconto molto preciso di quello che sono io e di che cosa io posso dire adesso».

Nei suoi post dalle riprese del “BarLume” si è scorto quest’anno un filo di malinconia. È corretto?

«I “Bimbi” sono il lato più tenero del BarLume. Ho cercato di raccontare la vita del set perché i personaggi ormai son diventati parenti degli italiani che seguono il BarLume. Questa situazione l’avevo sempre teorizzata, ma non l’avevo mai avuta così presente come quando è venuto a mancare Marcello Marziali (Gino Rimediotti, nella serie, nda). Siamo intrinsecamente legati tutti come personaggi, attori e spettatori da tredici anni. E nei miei post sui social dove parlo come Emo (il personaggio che interpreta Benvenuti, nda), questa mancanza si avverte e mette malinconia e tenerezza. Era impossibile non percepirla sul set e non anticiparla al pubblico. E non parlo delle nuove storie del BarLume o come è stata sviluppata la trama dagli autori, è una sensazione, un sentimento che aleggia su di noi e tra di noi. È bello come gli sceneggiatori hanno poi sviluppato gli intrecci. Ci hanno fatto accompagnare sempre da qualcuno di diverso, ora da Marchino, ora da Beppe, ora da Massimo, senza mai definire il quarto. Non siamo mai soli in scena».

Ha mai pensato nell’ultimo decennio di tornare alla regia?

«Appena mi troveranno una storia adatta lo farò. Avrei voglia di tornare dietro la macchina da presa, ma io non ho più storie da raccontare. Perché io, come narratore, sto andando verso esperimenti. Prendi “Lieto fine”: non sarebbe trasportabile al cinema. Adesso sono più da teatro “di nicchia” che da grandi storie cinematografiche. Faccio delle robe che sono un misto tra gioia, dolore, esistenza, filosofia, malinconia, voglia di far ridere, voglia di sperimentare, un insieme che non è più compatibile col modo di fare cinema di adesso. Mi riconosco molto in questo tipo di storie che racconto, sono più innamorato dei miei testi, mi voglio più bene a portare in scena questi lavori e mi diverto».

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