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Livorno, la dinastia dei “pesciaioli” Ferrandino fa 100 anni: «L’asta del pesce è cambiata, ci sono pochi soldi»

di Franco Marianelli
Livorno, la dinastia dei “pesciaioli” Ferrandino fa 100 anni: «L’asta del pesce è cambiata, ci sono pochi soldi»

Roberto racconta un lavoro tramandato in famiglia: «Che tempi quelli delle aste sotto al Mercato»

27 maggio 2024
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LIVORNO. In origine fu la signora Antonietta Mennella, moglie di Michele Ferrandino, con marito e figli a lasciare la natia Torre del Greco per venire a vendere il pesce a Livorno, stesso mestiere che svolgeva nella cittadina campana. Poi il banco al Mercato delle Vettovaglie, che dà il nome alla celebre dinastia di pescivendoli (pesciaioli per i livornesi di scoglio), passò ai figli Piero e Mario che cedettero il bancone di marmo ai figli di quest’ultimo, Roberto e Luciano (lui prematuramente scomparso). E sua volta Roberto ha di recente affidato la vendita di polpi e gamberoni al figlio Matteo «che ha lasciato l’Università con soli tre esami da affrontare per laurearsi in Giurisprudenza - racconta babbo Roberto – per seguire il richiamo del padre, degli zii e dei nonni».

Sembra una versione ittica della branduardiana “Alla fiera dell’est” il racconto di Roberto Ferrandino, classe 1953, che di recente ha attaccato al chiodo la pinza per rimuovere le lische dal pesce lasciando a Matteo la prosecuzione del lavoro.

Un mestiere che cambia

Roberto Ferrandino, pesci a parte, ha avuto un passato di tutto riguardo come calciatore negli juniores del Livorno e nel Pontedera: la famiglia tutta festeggia il centenario “presunto” («perché la storia della nostra famiglia manca di date precise», specifica) del trasferimento dei Ferrandino a Livorno assieme a molti concittadini venuti quaggiù come “corallai”. Ma non subito al mercato. «Mia nonna aprì il negozio in piazza San Pietro e Paolo di fronte alla chiesa. Colui che rilevò il fondo si ritrovò l’incavo del bancone del pesce difficilmente rimovibile. Ci riuscì poi un altro proprietario. Che tempi – riprende, ricordando il periodo che fu – all’alba partecipavamo all’asta del pesce che aveva luogo proprio nei sotterranei del Mercato coperto con i pescatori che sbarcavano dai fossi il pescato. Era un’asta come in tv, solo che c’era il pesce al posto di preziosi o altro - rammenta - “un polpo di scoglio di tre chili e mezzo” urlava il banditore e i pescivendoli del mercato urlavano la propria offerta sino al raggiungimento del prezzo massimo offerto. Voglio ricordare la pacatezza del signor Gino, il funzionario incaricato di fatturare il pesce venduto. E nonostante l’asta all’alba e il lavoro al banco mio nonno Michele faceva pure il falegname: gli infissi nei corridoi dell’ospedale li ha fatti lui. Poi diventò prof di Applicazioni Tecniche all’Iti».

Come funziona oggi l'asta del pesce

Racconta come è cambiata oggi l’asta del pesce. «Oggi nei due mercati, uno davanti ai 4 Mori a fianco dei pescherecci, un altro in via Magri, scorrono le immagini del pesce offerto su un video e i commercianti comodamente seduti fanno l’ offerta». Parla dello storico banco 314 e dei clienti conosciuti. «Mi viene in mente Gaetano D’Alesio con la sua camicia bianca – risponde Ferrandino - circondato da guardie del corpo, erano gli anni dei sequestri. Spendeva almeno 600mila lire di pesce che poi, immagino, regalasse ad amici e ai dipendenti dell’azienda. Ma c’è un motivo in più per il quale D’Alesio veniva da noi: mia nonna Antonietta lo aveva “allattatto” e per lei il “sor Gaetano” era come un figlio».

Altri nomi ? «Il rabbino Elio Toaff prima che divenisse il numero uno della Comunità Ebraica a Roma - è il filo della memoria - Veniva quasi tutti i giorni. Allora non c’era il vetro obbligatorio tra cliente e pescato e di conseguenza il pesce lo sceglieva il cliente e lo poggiava sul foglio oleoso che noi gli fornivamo. Ordina spesso il pesce la ballerina Sara Di Vaira. E poi Oliviero Toscani non a comprare ma a fotografarci».

E chiude: «Vendevamo al giorno circa 200 kg, più meno 200 persone, oggi sono tempi magri, pochi soldi. Di conseguenza i livornesi comprano più che altro le acciughe».
 

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