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Livorno, dieci anni fa l’addio a Renzo Marmugi: penna del basket e inventore di un linguaggio

Renzo Marmugi con Abdul Jeelani, dietro Andrea Forti (Pentafoto)
Renzo Marmugi con Abdul Jeelani, dietro Andrea Forti (Pentafoto)

Dagli anni Settanta per quattro decenni ha raccontato le gesta delle squadre livornesi: talento del giornalismo amato in tutta Italia, in viale Alfieri il suo ricordo è quotidiano

14 maggio 2024
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LIVORNO. Quando la vita è stata una vita, la morte non esiste. È un inganno, un falso, un’impostura. Non può vincere su tutte le cose belle, sui ricordi, sulle eredità morali e professionali. Incancellabili, come lo è stato Renzo Marmugi.

Il suo cuore ha smesso di tambureggiare emozioni dieci anni fa (il 15 maggio 2014), ma – e non sembri immagine abusata – il suo sorriso guascone, gli occhi guizzanti sotto le lenti da vista, l’andatura caracollante di quelli troppo alti sono ancora lì, nello sterminato stanzone di viale Alfieri dove le notizie atterrano e vengono sistemate, curate nei piccoli grandi hangar delle nostre scrivanie.

La voce di Renzo non si sente: c’è. Perché lui, poeta della penna applicata alla pallacanestro ma bravo in tutto, immaginifico nei titoli, spericolato cesellatore di metafore, non ha solo lasciato una sterminata eredità professionale: ha inventato un linguaggio. Anzi, una lingua, un gramelot alla Dario Fo, neologismi a pioggia, soprattutto soprannomi. Già, i soprannomi. Sembra esercizio futile, magari poco serio, ma quando qualcuno sa condensare in un solo termine, in un’immagine tranchant l’essenza delle persone che conosce e con le quali interagisce ogni giorno beh, quello è un fuoriclasse. Qualcuno che ha qualcosa in più.

Nomignoli, anzi pennellate, che dava proprio a tutti. Non solo agli eroi della pallacanestro livornese degli anni Settanta-Novanta, epopea irripetibile, allineamento di pianeti che difficilmente si riproporrà nel nostro cielo. Il Pittore, il Samurai, il Bomba, quanti piccoli affreschi sono stati tramandati di padre in figlio e sono sgorgati dalla penna di Renzo Marmugi. Che ha solcato lo Stivale in lungo e in largo con il sodale Massimo Brachini, la voce della radio, per raccontare magie e segreti di uno sport che stava soppiantando il Moloch calcio. Uomo e giornalista capace, in anni da Guelfi e Ghibellini, Libertas e Pielle d’antan, dove schierarsi era un obbligo e dove ci si scorticava l’amor proprio a forza di cori e scritte sul muro, di restare sempre equidistante. Di raccontare ogni partita con il distacco dell’intenditore, del censore tecnico, ma sempre partecipando a favore di Livorno, qualsiasi fosse la declinazione. Vinicio Saltini ad esempio, altro colosso del giornalismo sportivo livornese e non solo, aveva parcheggiato il cuore dalle parti di via Cecconi e non faceva niente per dissimularlo. Lui, Renzo, amava il basket nella sua pura essenza, magari in privato avrà esultato o maledetto, ma senza mai farlo trapelare. Nemmeno nelle sue cronache brillanti come bicchieri quando la lavatrice si apre, come il mare accarezzato dal sole di maggio. Era un talento nato per caso non in via Gluck ma a Livorno: era amico di tante grandi firme dei “giornaloni” che calavano con un certo sussiego al Palallende da Milano, Bologna o Roma ma lui, sorridente e tranchant, li batteva tutti senza neppure sudare.

E Renzo, poi, aveva le notizie: in fondo il nostro lavoro di questo vive. Non c’era foglia che si muovesse all’altezza del canestro senza passare per la sua scrivania, per il suo telefono, per la sua Tratto pen nera che teneva in bòcca come un sigaro ispiratore mentre componeva i suoi pezzi. Ma Renzo Marmugi, più di tutto, è stato un uomo. Un amico sempre pronto a chiedere “come va” in un mondo spesso autoreferenziale e competitivo come quello dei giornali, ad aiutare senza apparire, a sostenere i più deboli con una certa insofferenza per i “forti”. Ha allevato generazioni di colleghi, oggi tra i quaranta e cinquanta, che ne venerano il ricordo e ne hanno raccolto il testimone professionale e morale. Non solo per la palla da basket che è tornata a rimbalzare in questi ultimi anni, vivaddio, sul parquet della nostra passione, ma anche per quei termini, i soprannomi, i paradossi e le immagini che continuano ad evoluire in quello stanzone di viale Alfieri, oggi più silenzioso di un tempo ma pieno ancora di lui. Di Renzo, l’amico che non si è fatto ingannare dalla morte.

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