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Museo Diocesano di Livorno, nuove opere e appello alla pace del vescovo Giusti

Museo Diocesano di Livorno, nuove opere e appello alla pace del vescovo Giusti

Una marina di Giorgio di Giorgio e due crocifissi simbolo della tragedia dei migranti di Fulvio Di Lazzaro

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LIVORNO Il colore dell’accoglienza. È quell’opera di Giorgio Di Giorgio donata al Museo Diocesano nelle mani del vescovo monsignor Simone Giusti dalla figlia Francesca Di Giorgio e dalla moglie dell’artista. E poi, insieme alla marina definita da monsignor Giusti «una narrazione cromatica mistica di trascendenza del reale, un’esperienza di pace», al Museo vengono donate altre due opere come racconta su La settimana Livorno, il quotidiano online della Diocesi.

Due crocifissi in legno e gesso, realizzati dall'artista Fulvio di Lazzaro, che rappresentano la tragedia dei migranti.

«Questa opera rappresenta i valori etici di mio padre, della sua spiritualità, della vicinanza alle persone più umili - è emozionata Francesca Di Giorgio - Conoscendo mio padre sono valori che lui ha sempre mantenuto, nella sua esperienza artistica e di vita personale, valori vicini alla chiesa. È giusto donare opere come questa a chi sa valorizzarle».

Il vescovo Simone Giusti parla delle opere donate. Guarda alla marina di Di Giorgio: «È la costa livornese con le sue colline, faraglioni: il mare tende a fondersi col cielo e la terra diventa tutt’uno con giochi di luce col mare. L ’ interpretazione prende il sopravvento sulla narrazione». Sua eccellenza ne esalta i colori. Poi passa ai due crocifissi: «Sembra la croce della via Crucis: quella del Papa dello scorso venerdì santo: qui si vedono dei crocifissi che sono questi immigrati che muoiono nel tentativo disperato per arrivare qui».

E da qui il vescovo Giusti fa un accorato appello alla pace. Agli aiuti umanitari. Ammonisce la guerra in Ucraina e i miliardi usati per finanziare le imprese belliche. «Ma perché gente che sa di rischiare di morire viene qui in questo modo? La loro disperazione è così tanta che preferiscono provare a morire cercando una speranza per vivere».

E ammonisce il mondo dell’opulenza: «Noi nel mondo dell’opulenza non lo capiamo, a noi gli immigrati danno noia, vanno bene solo se vengono a lavorare, a pagare i contributi». E parla del passato: «Noi per secoli abbiamo depredato le loro terre costruendo la nostra ricchezza, c’era una cultura che legittimava tutto questo». E guarda a oggi: «Così come oggi c’è una cultura che legittima di spendere centinaia di miliardi in una guerra in Ucraina quando con quei soldi si faceva decollare tutto il continente africano. Perché si trovano i soldi per fare guerre ma non per risolvere esigenze umanitarie? È indispensabile la pace. Per poter mettere quelle risorse a livello internazionale in Africa e a livello locale nella sanità. E quindi serve un impegno per la diplomazia come dice il Papa almeno per il cessate il fuoco».l


 

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