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Livorno, allarme dai fondali di Calafuria: spugne e coralli stanno morendo – Video

di Flavio Lombardi
Livorno, allarme dai fondali di Calafuria: spugne e coralli stanno morendo – Video

Le gorgonie, le spugne e il corallo dell’area di Calafuria stanno morendo

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LIVORNO. Nell’ambiente degli studiosi e degli appassionati, quelle immagini subacquee hanno destato preoccupazione. Le gorgonie, le spugne e il corallo dell’area di Calafuria che si trovano ad una profondità tra i 17 e i 25 metri, dove in questa prima parte di ottobre le temperature sono oscillate tra i 21 e i 24 gradi celsius, stanno morendo. «E non so spiegarmi il morivo per il quale, fino ad ora, non ne abbia parlato nessuno», dice Luciano De Nigris, sub, amante ed esperto dei tesori naturali del nostro mare. Lui, la moglie Roberta Guglielmini e Gianfranco Di Lazzaro si sono immersi ed hanno trovato desolazione.

La ricognizione

La ricognizione ha preso a riferimento quattro punti: quello che tutti conoscono come l’Isola, le Stanze, il Sassoscritto e la Piana delle gorgonie rosse, all’altezza del Romito. «La situazione migliora quando si va sui 30 metri – dice De Nigris – ma vorrei andare ancora più a fondo, a ponente di Calafuria e vedere. Ci sono istituti che dovrebbero occuparsene comunque, per cercare di saperne di più. Sapere che il sindaco ha allacciato rapporti istituzionali con Nizza, dove c’è un centro all’avanguardia come lo sono in Francia a partire da Cousteau e dove organizzeranno prossimamente un convegno sulla salute degli oceani e farne uno simile sulla salute del Mediterraneo, lo trovo positivo. Ricordo che il professor Lorenzo Bramanti, biologo di gran fama, venne nel 2018 a Livorno con un collega, responsabile di un centro studi che ha sede proprio a Nizza. C’è già, quindi, volendo, un collegamento che potrebbe portare ad un evento internazionale nella nostra città, parlando anche di Calafuria. Un posto da salvare, unico nel suo genere».

Le immagini

Le immagini sottomarine registrate da De Nigris sono state osservate attentamente da Giovanni Santangelo, una vera autorità nella biologia marina, il quale ha confermato la drammaticità del fenomeno.

La colpa forse non è tutta del cambiamento climatico e dell’innalzamento delle temperature al quale ha contribuito il gran caldo di questa estate. Le sue parole, non lasciano spazio a dubbi. «Le foto e le riprese sono davvero impressionanti; diverse gorgonie rosse sono completamente incrostate, quindi morte, le altre sopravvivono, pur presentando una copertura da parte di organismi incrostanti molto estesa. Le gorgonie che presentano una copertura maggiore potrebbero aver subito la moria in anni precedenti; bisognerebbe esaminarle. I briozoi, ad esempio, sono animali dominanti l’incrostazione delle gorgonie e richiedono tempo per ricoprirle completamente. Riguardo al corallo rosso non ho mai visto colonie così ricoperte da sedimento».
 

Le cause

La temperatura dell’acqua potrebbe essere probabilmente la causa scatenante della morte degli organismi marini più delicati. Ma potrebbero esserci anche altre concause. Come i sedimenti sabbiosi e fangosi che ricoprono i fondali. Materiale che andrebbe prelevato e studiato per determinarne provenienza e l’eventuale tossicità. Lorenzo Pacciardi, del Centro Interuniversitario di Biologia Marina ed Ecologia Applicata di Livorno, concorda sul fattore climatico. «Tuttavia c’è eterogeneità nel danneggiamento e scendendo ulteriormente il fenomeno risulta più contenuto. Direi che si potrebbe parlare anche di fenomeno ciclico che dall’800 si manifesta nel Mediterraneo e Adriatico. Quello delle mucillagini, aggregati di polisaccaridi complessi di origine biologica, originati da alghe che si depositano sul fondale danneggiando gli organismi sui quali si depositano. Ma abbiamo notato che proprio con l’inizio dell’estate, quando sale la temperatura, la mucillagine va a soffocare organismi come gorgonie e corallo che si nutrono attraverso polipi. I tessuti superficiali vengono così esposti a colonizzazione di altri organismi, come i briozoi. Un danno più uniforme, determinerebbe forse altre cause. E le mucillagini con i cambiamenti climatici sono fenomeni che si possono verificare con più frequenza. Anche se una relazione di causa effetto, non è mai stata dimostrata».

Cosa fare

La scienza, al momento, non è arrivata a combattere in maniera naturale questo tipo di alga. «Chissà, un giorno forse ci arriveremo, ma a parte la ricerca, attività in cui si sperimentano attività già dirette, non esistono soluzioni. Coprire il fondale per impedire il processo di fotosintesi di aggregati mucillaginosi non è una strada che si è sviluppata. Lo facessimo al momento, si ucciderebbe tutto, non solo quello che vorremmo, mirando l’azione».

Ma Pacciardi, cerca un’altra possibile spiegazione. «Il sedimento può arrivare anche dalle colline sopra Calafuria. Con le piogge forti, il dilavamento dei terreni, finisce poi in mare. Finendo per soffocare questi organismi che vanno a risentire del fenomeno. Non credo sia una origine da inquinamento».

“Rimettere le boe”

Mario Lupi, presidente della Associazione Costiera di Calafuria, ha visto anche lui le immagini e scuote la testa. «Bisogna rimettere le boe, del solito tipo di quella che per tre anni come associazione avevamo messo nella zona e che ricava tutti i dati che si vuole. Dalle correnti, ai depositi. Dipende dalla strumentazione che le diamo come accessorio. Una boa intelligente che ci può fornire ogni parametro. La concessione la rilasciava il demanio del comune e all’improvviso l’autorizzazione non l’abbiamo più avuta. Quella zona, chiamata il miglio d’oro è da preservare. Non è solo questione dei cambiamenti climatici. Ci sono le navi in rada, ci sono le persone che vanno in mare, magari facendo moto d’acqua, spesso ci si scorda che quello è un sito di interesse comunitario che ha linee precise ed occorrerebbero delle regole. Più si aspetta e più che la cosa scappa di mano. Bisogna tutelare una parte di mare particolarmente pregiato per la sua biodiversità. Non solo corallo e gorgonie, ma tante realtà con quello scalone che va subito giù particolare per la riproduzione di cernie, aragoste, magnose e tanto altro. Tutta roba da essere protetta. Avevamo convenzione con Ispra, l’istituto di biologia marina, enti istituzionali che hanno tanta gente brava e preparata. Ai quali girare i dati della boa, collocata in mare per rilevazione dati scientifici. Gettando sul fondo delle speciali mattonelle, si possono studiare i tipi di depositi e capire se sono di natura inquinante o se di sedimenti che arrivano per dilavamento ad esempio. Se capissimo già che tipo di fanghi sono, aiuterebbe».

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