Claudio Marmugi: «La mia prima vignetta sul Vernacoliere a 15 anni. Ragazzi, se sognate di fare i fumettisti, credeteci»
Festival dell’umorismo, in occasione del nostro contest dedicato ai disegni dei bambini, il comico e scrittore si racconta. «Mia madre mi portò davanti alla redazione e mi disse: “Se vuoi fare questo lavoro bussa”. Se vi dicono che non sapete disegnare, non arrendetevi e non smettete mai di leggere»
Ho pubblicato la mia prima vignetta su un giornale a 15 anni e mezzo. Il giornale era “Il Vernacoliere” di Mario Cardinali. Nel disegno si vedevano due marziani su un pianeta alieno e desolato, forse un asteroide, che guardavano perplessi la Terra e si domandavano spaventati: “Ma te ci’redi a’pisani? ”. Era il luglio del 1989. Mi ricordo che quando comprai il “Vernacoliere” per vedere se la vignetta fosse stata pubblicata, cacciai un urlo. Fu un’emozione indescrivibile (sono passati 34 anni e continua a farmi effetto “leggermi” sui giornali). Oggi, grazie ai social, siamo tutti abituati “a pubblicare” cose, fosse anche una foto, un video o un pensiero. Nel 1989 l’unico modo che c’era per “pubblicare” era attraverso un editore che credesse in te e in quello che facevi. E io ero soltanto un teenager un po’ nerd che aspettava di passare in terza superiore ma che s’era giocato l’estate perché rimandato in due materie a settembre (francese e ragioneria).
Come arrivai a pubblicare la prima di una serie lunghissima di vignette (e tavole) sul principale mensile di satira italiano è una storia a suo modo rocambolesca. Scarabocchiavo battute e storie a fumetti fin dalle scuole elementari, ma con un limite enorme per uno che sogna di fare “il vignettista”: non sapevo e non so (tuttora) disegnare.
Una mattina, era finita la scuola da un giorno, la mia mamma, Paola, mi accompagnò sotto la sede del mensile, in Scali del Corso 5 e mi disse: “Se vuoi fare davvero questo lavoro, vai su (da solo), suoni e gliele fai vedere”. Trovai il coraggio e salii al primo piano. Ebbi fortuna perché aprì Mario Cardinali in persona che, tra lo stupito e il divertito, mi chiese: “O te chi sei? ” e mi fece accomodare. Gli porsi il mio album di appunti, lo scorse in silenzio, poi sentenziò: “Le battute sono buone, i disegni mammamia. Però se mi porti qualche vignetta realizzata meglio entro il 20 giugno si guarda cosa si può fare”. Arruolai immediatamente la mia migliore amica (nonché vicina di casa) Barbara Falorni, sedici anni compiuti a marzo, che faceva il Cecioni, indirizzo artistico. Per i primi 3 o 4 mesi fu lei a fare la “bella copia” per il giornale dei miei “disegni brutti” con lo pseudonimo di “Ybba” (anagramma di Baby, diminutivo di Barbara). E fu proprio lei ad avere l’intuizione che mi cambiò la vita: “C’è un mio compagno di classe che disegna benissimo, secondo me voi dovete lavorare insieme perché il mio tratto non è adatto alle vignette, il suo sì”. Quel compagno lì era Tommaso Eppesteingher. Così, nel novembre 1989 nacque la coppia “Tommy & Claudio”, attivissima ancora oggi (la nostra prima vignetta insieme era su Nelson Mandela che usciva di prigione e chiedeva però di essere chiamato “Nelson Galera”).
Spero di non trasformare questo racconto in un pezzo da vecchio “boomer”, ma credo sia necessario mettere dei “puntini sulle i”. Prima di portare le vignette alla redazione del Vernacoliere ne avevo provate a scrivere a centinaia. Oggi sento di ragazzi che guardano 4 puntate di uno stand-up comedian americano su Netflix e poi cercano di esordire su un palco per fare i comici loro stessi, senza aver fatto un solo giorno di teatro. Eh no, bimbi! Ci vuole formazione per tutto e la formazione è lenta, fatta di errori, prove, tentativi, di cose che riescono a volte bene e cose che vengono spesso male.
A scuola andavo “così e così”, ma ho sempre letto tutto quello che mi sembrava necessario di dover leggere per fare un mio percorso consapevole: fumetti, romanzi, quotidiani, autori satirici (Stefano Benni, Michele Serra – che tra l’altro scrivono ancora e bene) e lo stesso Vernacoliere (che in casa mia non è mai sembrato “scabroso” o volgare, anzi, ne avevano compreso il valore formativo perché io l’ho letto regolarmente già dai 12 anni in su, grazie a babbo Bruno).
Ai giovani autori di domani consiglio alcune cose, che potranno sembrare banali ma non lo sono: la prima è di non arrendersi (a me dicevano che non potevo fare il “fumettista” perché non sapevo disegnare, nessuno mi ha mai detto che “esiste anche lo sceneggiatore”, l’ho capito da solo!). La seconda è di non lasciarsi influenzare troppo dalle mode del momento. Siate curiosi, leggete e documentatevi il più possibile di tutto quello che c’è (e c’è stato) nel pianeta.
Nel fumetto in questo momento storico vanno per la maggiore i “manga” ma è un tipo di disegno che limita un po’ lo stile. Chi vuol disegnare per il “fumetto” e per la “vignetta” studi i fumetti e le vignette del mondo. Per perfezionarsi bisogna conoscere gli stili di tutti, solo così si potrà trovare il proprio e comprendere la propria direzione... tra le “nuvolette” e i balloon.
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