Il Tirreno

Livorno

Il processo

Alluvione di Livorno, l'ingegnere: «Piano di protezione civile carente, ma da lì non si è imparato niente»

Stefano Taglione
A sinistra il professor Luca Ferraris, a destra gli "angeli del fango"
A sinistra il professor Luca Ferraris, a destra gli "angeli del fango"

Il professor Luca Ferraris, testimone chiamato dalla difesa, duro con il Comune: «Ripetuti alcuni errori nei nuovi testi e in via dell’Uliveta la cassa di espansione funziona male». E sulla gestione dell'emergenza: «Se al posto di Soriani c'era Bertolaso o Paperino non sarebbe cambiato niente...»

22 febbraio 2023
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LIVORNO. «La sera prima dell’alluvione era stato fatto tutto come previsto, poi la situazione è sfuggita di mano. Del resto, quel piano di protezione civile, era gravemente carente. Non si parlava neanche del presidio territoriale e nell’emergenza, di certo, non si può improvvisare niente. Anzi: è proprio nell’emergenza che anche le cose più facili diventano difficili. Se al posto di Luca Soriani ci fosse stato Guido Bertolaso (uno dei massimi esperti in materia) o Paperino sarebbe cambiato poco. Fra l’altro, quella notte, Soriani è andato in giro con l’auto e una cosa del genere non si era mai vista. Ma lo ripeto: con quel piano di protezione civile, anche se ci fossi stato io al suo posto che sono un ingegnere, non avrei raggiunto risultati molto diversi dai suoi».

La testimonianza

A parlare, come testimone della difesa, è il professor Luca Ferraris, docente di meccanica dei fluidi all’università di Genova e presidente della Fondazione Cima – il Centro internazionale in monitoraggio ambientale – un ente di ricerca che si occupa di studiare le catastrofi del nostro Paese, come l’alluvione del 10 settembre del 2017 in cui morirono otto persone: Gianfranco Tampucci, Roberto Vestuti, Martina Bechini, Raimondo Frattali, Glenda Garzelli, Simone, Filippo e Roberto Ramacciotti. L’esperto, chiamato in quanto autore dello studio e non in veste di consulente, ha parlato nell’ambito del processo che vede come unico imputato per omicidio colposo plurimo, dopo l’assoluzione dell’ex responsabile della protezione civile Riccardo Pucciarelli, l’ex sindaco Filippo Nogarin. Proprio quest’ultimo, all’inizio dell’udienza davanti al giudice Ottavio Mosti, ha preso la parola annunciando di aver denunciato Luca Soriani, il tecnico della protezione civile reperibile quella notte che, il 26 gennaio scorso, nella sua testimonianza aveva raccontato che tramite l’ex capo, Pucciarelli appunto, aveva saputo che era stato l’allora primo cittadino a non voler attivare l’alert system, una ricostruzione smentita dall’esponente M5s, difeso dall’avvocata Sabrina Franzone, che lo ha querelato.

«Piano carente»

Ferraris si è soffermato a lungo sui piani comunali della protezione civile, analizzando sia quello in vigore durante la tragedia (adottato nel 2011) sia i successivi. E nessuno, secondo lui, è fatto bene. «Il testo del 2011 è gravemente carente – le sue parole – perché non c’è traccia del presidio territoriale, che invece viene ben descritto nell’ultima versione. L’alert system, inoltre, era riportato solo in una pagina. Un piano di protezione civile deve essere compreso anche da un bambino, perché chi presiede l’ufficio può non essere un tecnico. Nel testo ci deve essere scritto cosa fare in ogni fase e anche come comunicare con la popolazione. Nel piano del 2017, invece, viene individuato come problema maggiore quello della viabilità e poi sono riportate le vie potenzialmente inondabili facendo un elenco delle persone residenti. Il piano del 2011, così come quello del 2017, non prevedeva il rischio esondazione e si focalizzava, oltre che sulla viabilità, anche sulle aree industriali. Diciamo che poteva somigliare a un piano anti-neve».

«Non si è imparato nulla»

Durissime le critiche di Ferraris anche ai successivi piani: «Dispiace dirlo – prosegue – ma è come se Livorno dopo questo evento non avesse imparato nulla». Poi si sofferma sull’ultimo, che ha comunque introdotto diverse migliorie. «Non contiene l’elenco degli edifici a rischio in caso di un’allerta con piogge – afferma – In quello del 2017 si parlava di liste di persone che abitano in aree inondabili, ma ai fini del piano non è sufficiente, perché si devono conoscere le vulnerabilità di ogni palazzo, ad esempio le vie di fuga, se ha seminterrati e quanto è alto. Non possiamo dire a tutta la popolazione di salire ai piani alti se non ci sono, altrimenti si ripetono gli errori avvenuti nella zona del Rio Ardenza, quando le persone non potevano salire e sono dovute uscire di casa e arrampicarsi sui tetti. Il Comune deve sapere lo stato di tutti gli edifici e il piano di oggi, di 336 pagine, su questo aspetto fa una stima dell’esposizione delle persone a rischio sovrapponendo le aree inondabili ai residenti, aggiungendo però che sono stime che non possono dettagliare bene il tutto».

Critiche in via dell’Uliveta

L’ingegnere ha dato conto anche di un sopralluogo da lui effettuato nel febbraio del 2020 svolto per verificare gli interventi effettuati post-alluvione: «Abbiamo individuato alcune criticità nel funzionamento delle casse di espansione – ha spiegato – una per tutte dove c’è un ponte, quello di via dell’Uliveta: a monte della prima cassa, un restringimento dove le acque escono in sponda destra, la cassa è in sponda sinistra. Secondo noi funziona male e lo abbiamo scritto nella relazione». l


 

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