livorno
cronaca

«Livorno, sorpresa da scoprire»: blogger e turisti parlano di noi

«Potrebbe essere la base poco costosa per visitare la Toscana». Le accuse dei delusi


23 giugno 2022 Mauro Zucchelli


LIVORNO. Su quel “rispostificio” che è Quora, piattaforma di domande targata Mountain View, May Wallace non la tocca piano: «Livorno? Vabbè, meglio prendere il bus per Pisa o Firenze se hai tempo». Appena più amichevole il post che BarbinMinch da Detroit lascia su Forum Cruise Critic: «L'ultima volta che siamo arrivati a Livorno su una “Celebrity” ci è stata offerta una navetta per la città: l'abbiamo presa e benché non ci sia molto da vedere, è stata una piacevole gita». Con una frecciatina severa ma giusta: «Eravamo di domenica e non c’era molto aperto». Anche Videoturysta non lo ritroveremo più a zonzo in Venezia: 1) «i canali sono parecchiotrasandati, sono presenti molte barche e talvolta si sente un odore sgradevole»; 2) «non siamo riusciti a trovare qui l'atmosfera tipica delle città italiane»; 3) «la mancanza di luoghi turistici interessanti e gli stessi turisti rendono la città in certo modo noiosa». Tradotto: Livorno «l’abbiamo vissuta come un po' “freddina” e anche non adatta alla Toscana: a quanto pare ci sono spiagge qui ma non abbiamo nemmeno provato a trovarle».

Sono solo tre delle mille voci che rimbalzano fra blog e forum dedicati ai viaggiatori: offrono il polso per capire come i vacanzieri guardano a una città che fa poco o nulla per essere turistica. Eppure: 1) siamo fra le 12 province con più presenze turistiche a livello nazionale, ovviamente perlopiù a sud del Romito; 2) annate Covid a parte, ci passano sotto il naso 700-800mila croceristi e almeno due milioni di passeggeri che si imbarcano per Corsica e Sardegna o dalle isole tornano verso casa propria.

Così parlò Lonely Planet

Ma in realtà là fuori c’è tutto un mondo così ben disposto che neanche ce lo meritiamo. Facciamo il caso di Angelo Pittro, direttore Italia di Lonely Planet, uno che ama molto l’isola di Pianosa. Qualche tempo fa davanti ai taccuini del Tirreno ha ricordato di essersi fermato a Livorno «una volta per caso» andando nella Venezia e che anni fa «mi chiamò un assessore chiedendomi se volevamo fare una guida ma ricavai la sensazione che non ci fosse una cultura del turismo su cui lavorare». Non usa giri di parole, urticanti per noi livornesi che ogni volta paragoniamo il nostro a quello di Rotterdam o il nostro lungomare a quello di Barcellona: «Livorno mi sembra un po’ come Ancona: un luogo dove vai a prendere la nave ma se per caso ti fermi e la visiti rimani sbalordito». Poi la sorpresa: «Mi piace anche che molti livornesi non vogliano i turisti». Aggiungendo: «Così facendo invitano a vivere Livorno, non a visitarla per turismo. È un concetto moderno. Fossi in loro farei una campagna all’insegna del "non venite a Livorno"».

Del resto, la guida turistica più famosa al mondo ha speso per Livorno un giudizio che è schiaffo e carezza: «Anche se la prima impressione è raramente positiva, Livorno è una città “vera” che con il tempo si fa apprezzare».

Come dire: “Ah, però…”. Lo confidava Stefano Bartezzaghi, l’inventore di quello straordinario “festival dell’umorismo” che forse non avremo più: era il commento che più spesso aveva raccolto fra gli “scopritori” di una Livorno fuori sagoma e così poco “toscana” rispetto all’identikit che ha della nostra regione chi viene da fuori. E, prima che arrivasse il coronavirus, aveva mandato via Il Tirreno un suggerimento: il festival faccia il festival ma tutt’attorno potrebbe fiorire un “prato” di iniziative autonome, «un po’ come a Edimburgo, dove il “Fringe” è ora più vasto del festival in sé».

Il tuffo nel Mercato

Solveig Steinhardt, responsabile della comunicazione per Science of Intelligence, network di università di Berlino (incluso il Max Planck Institute), racconta su Bbc Travel – qualcosa che ha tre milioni di fan via social – che «almeno due volte l'anno torno a Livorno, la città della mia infanzia». La prima cosa che fa? Un bel tuffo fra aromi e colori «al mercato centrale, disordinato, rumoroso e colorato per mangiare un frate» e poi al porto «per vedere se le bancarelle di ricci di mare sono ancora lì». Invece «con appena il 10% dei turisti di Firenze e un terzo di quelli di Pisa, Livorno è perlopiù ignorata dai visitatori, e i pochi che trovate spesso sembrano arrivati per caso».

Il nostro spiritaccio

Colpa della concorrenza delle magnifiche “sorelle” toscane? Colpa della presenza di industrie (forse ex)? Steinhardt punta soprattutto su quel qualcosa che non diventa architettura e nemmeno si fotografa: lo spiritaccio del luogo. Lo descrive con le parole d’artista di Alessandra Falca: Livorno «è fatta per i visitatori desiderosi di scavare un po' più a fondo nella storia locale e di cogliere il suo atteggiamento disinvolto e il suo carattere atipico». E aggiunge: «I livornesi pensano che non ci sia posto migliore al mondo ma, a dar retta al numero di turisti che arrivano a Livorno, lo dicono a se stessi».

È un ex medico, Gabriele Calvillo, a rispondere via forum ai criticoni: Livorno è «un buon campo base per vedere Firenze o Pisa ma è di per sé assai bella». Affettuoso è il videomaker transalpino Felix Brassier su Trip 101: non prendetelo come una sberla il fatto che l’elenco delle “10 cose da fare a Livorno” si apre con “scoprire le meraviglie di Pisa”.

La base per la Toscana

La spiegazione del “mestiere” che potrebbe fare Livorno nel mercato turistico lo spiega il blog di Barbara Materny, viaggiatrice alternativa: vede Livorno come «una buona base» per far tappa poi a Pisa, Siena o Firenze senza soffrire il surplus di costi e di stress dato dall’overdose di turisti che c’è altrove. Lo ripetono anche altri blog turistici come Lovexploring. Sul versante spagnolo, Viajes ci infila fra «i cinque porti in cui far tappa in questo 2022» indicando Livorno accogliente “assaggio” di «una delle regioni più abbaglianti del mondo: la Toscana».

La blogger di “Didn’t bring a map”, in un post di qualche tempo fa, ricorda di essere arrivata all’alba, «senza nessuno al quale chiedere», unico incontro con un paio di tipi che avevano esagerato con birre e alcol, però alla fine ecco l’albergo. Anche il Telegraph in quel periodo parlava di sorpresa: la nostra città «non colpisce subito i turisti come un luogo nel quale fermarsi: anzi, in gran parte tirano di lungo verso Firenze e oltre». Ma alla fine, se ti ci metti, «tu potrai iniziare a capire perché Livorno era in cima alla lista delle città da vedere nel Gran Tour del Settecento e dell’Ottocento».

Pure Rick Steves, bestsellerista che si presenta come una istituzione per i turisti Usa (canale Youtube da un milione e mezzo di iscritti), va a caccia dei “repeaters”: Livorno ha «il piglio del carattere portuale» e, in caso le meraviglie di Firenze le abbiate già viste, «risparmiate 3 ore di bus e godetevi a Livorno un vero assaggio dello stile di vita italiano».

«Non scappate via col traghetto, c’è qualcosa da vedere»

Wanderlust è un magazine per vagabondare per il mondo. Il pezzo su Livorno è una sfilata di sviste e refusi. Qualche esempio? Uno: «fondata dai Veneziani». Due: il “Mercado” Centrale progettato da Angiolo Badolini (Badaloni) si affaccia sugli scali Safi (Saffi). Tre: lo stadio suona un po’ andino risultando intitolato a Picchu. Ma si fanno perdonare per il grande affetto: «Livorno è sempre stata una delle città più vivaci d'Italia: peccato che la gran parte dei turisti tenda a correr via verso le città più note della Toscana oppure verso il traghetto per la Sardegna». Non solo: al contrario delle turistizzazione di mercati come quello di San Lorenzo a Firenze («trasformati in glorificate sale gastronomiche»), qui c’è ancora la vecchia atmosfera dei banchi che forniscono «alla brava gente di Livorno prodotti super freschi ai migliori prezzi possibili». Inutile dire che non mancano né la lode al cacciucco («gli avanzi di pesce rimasti a fine giornata venivano trasformati in uno stufato, servito su un letto di pane tostato all'aglio») né il fascino del bar Civili e del ponce al rumme («creato dopo che un lotto di rum delle Antille è stato abbandonato sul molo da evasori fiscali inglesi»). Senza contare che la squadra amaranto è stata «recentemente dichiarata dal Guardian una delle sei squadre di calcio più "hipster" del mondo».

© RIPRODUZIONE RISERVATA


 

Gruppo SAE (SAPERE AUDE EDITORI) S.p.A, Viale Vittorio Alfieri n.9 - 57124 Livorno - P.I. 0195463049


I diritti delle immagini e dei testi sono riservati. È espressamente vietata la loro riproduzione con qualsiasi mezzo e l'adattamento totale o parziale.