Sfregiata dall'ex marito: «Ho paura di una vendetta ma non riesco a odiarlo»
Livorno, Giada Norfini parla dopo la condanna di otto anni all’uomo che la prese a bottigliate: «Chi minaccia poi agisce: denunciate. Sogno un lavoro per riprendere la mia vita»
LIVORNO. Confessa che ha «paura di una vendetta appena lui uscirà dal carcere», eppure non riesce «a odiarlo al 100% perché l’ho amato tanto, perché resta il padre di uno dei miei due figli». Ribadisce che «quella violenza è imperdonabile», però «otto anni dietro le sbarre sono troppi e in fondo anche lui merita una seconda opportunità». «Lo so, sono in confusione, ma questi mesi mi hanno segnato per sempre», ammette Giada Norfini, la 32enne livornese sfregiata sotto casa dall’ex marito, il tunisino Aymen Gasmi. Lui è stato appena condannato a 8 anni, 5 mesi e 10 giorni di reclusione per quell’aggressione con una bottiglia di vodka all’alba dello scorso 6 aprile, lei invece porta ancora le ferite e prova a guardare avanti. E se da una parte chiede «un posto di lavoro per ricostruirmi una vita e dare un futuro ai miei due figli», che vivono con lei e i suoi genitori, dall’altra invece fa un appello a tutte le donne che subiscono violenze ogni giorno, «perché l’unica soluzione è denunciare».
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La pena è leggermente inferiore rispetto a quella richiesta dal pm, ma il reato è stato derubricato: da tentato omicidio a lesioni gravissime.
«Lo so, ma il punto non è questo. Qui stiamo parlando di oltre 8 anni in carcere e di quello che sarà quando tornerà libero. Si vendicherà per le denunce? Mi verrà a cercare? Ecco, questa è la mia preoccupazione. So che vuole tornare in Tunisia dalla madre: speriamo che sia così anche fra 8 anni, voglio chiudere questo capitolo della mia vita».
Perché ha preferito non presentarsi al processo?
«In realtà non sapevo dell’udienza, ma non sarei andata comunque. Guardarlo negli occhi? Ci ho pensato, però ho lasciato perdere: in questi mesi mi ha mandato un paio di lettere, tante parole ma nessuna scusa. E questo mi ferisce ancora di più».
Cosa ricorda di quella notte?
«Tutto. Io stavo rientrando a casa dopo una serata a Pisa con le amiche, lui era sotto casa che mi aspettava. Mi ha preso a pugni e colpito con una bottiglia: è stato un incubo, tutto per la gelosia dopo la separazione».
Ma come si può arrivare a una follia del genere?
«Non riesco a spiegarmelo neanche io. Mi ha picchiato e minacciato per mesi, ma non pensavo arrivasse a tanto. In tutto questo ho capito una cosa: chi minaccia di usare la violenza, poi la usa veramente. È vero che all’inizio non ci credi perché pensi a uno sfogo, ma il rischio è quello di ritrovarsi come me».
Qual è il suo messaggio a chi sta vivendo una situazione del genere e non ha la forza di denunciare?
«Io dico che serve coraggio, bisogna reagire e ribellarsi. So che non è facile: anch’io ritirai la prima denuncia, ma poi ne ho presentate altre due e ora siamo arrivati a questa condanna».
La solidarietà di questi mesi l’ha aiutata ad andare avanti?
«In parte, perché alla fine non c’è stata soltanto solidarietà. Tanti mi hanno accusato per aver sposato un tunisino, altri hanno giudicato senza sapere le cose, altri ancora mi dicevano che non dovevo uscire di sera. “Me la sono cercata”, dicevano. Mi sono fidata delle persone sbagliata, è vero, ma ora voglio riprendere la mia vita».
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