Dal figlio di Garibaldi al padre del radar L’identikit dell’ “università del mare”
LIVORNO. Il ritratto nella sua cameretta al museo di Caprera lo raffigura così differente da suo padre Giuseppe Garibaldi: a vent'anni Garibaldi senior è imbarcato da tempo e ha già affrontato i...
LIVORNO. Il ritratto nella sua cameretta al museo di Caprera lo raffigura così differente da suo padre Giuseppe Garibaldi: a vent'anni Garibaldi senior è imbarcato da tempo e ha già affrontato i corsari, nel dipinto a olio il figlio Manlio mostra semmai un volto fanciullesco e bohémien. E se poco più che ragazzo il padre ha già le sembianze da avventuriero che ne avrebbero fatto l’“Eroe dei Due Mondi”, lui sembra invece il fratello minore di qualche poeta della scapigliatura. La stagione di Garibaldi padre da condottiero è ormai finita quando nasce l’ultimogenito, lo mette al centro di un singolare romanzo-testamento che descrive cosa Manlio avrebbe dovuto fare nella vita.
Cosa c'entra questo con l'Accademia navale? C’entra, eccome: Manlio Garibaldi è uno dei primissimi cadetti nell'istituzione militare appena creata e il padre Giuseppe, che pure per decenni è stato di casa a Livorno dagli Sgarallino, compra villa Donokoe a Ardenza per seguire come un babbo apprensivo il suo “piccolo” (che morirà a 26 anni di tubercolosi).
Al di là dei desideri di babbo Giuseppe, che lo vedeva come un nuovo sé stesso in grado di dribblare l'incontro di Teano e ergersi a dittatore che fa piazza pulita di caste e privilegi, Manlio aveva scelto l'Accademia navale in nome della propria passione per il mare.
Non è stato l’unico. Dal giuramento nel piazzale del Brigantino – tappa obbligata per qualunque comandante della Marina militare (e per ogni ufficiale) – è passato un bello spicchio della classe dirigente non solo militare. Solo da una dozzina di anni la naja non è più obbligatoria: in precedenza, per buona parte degli aspiranti ingegneri, medici, avvocati, docenti universitari – insomma, le professioni con la laurea in tasca – era quasi un rito il passaggio come allievo ufficiale in una delle Accademie militari. E quella della Marina era gettonata, non foss’altro per la passione per il mare o per una certa qual tradizione di famiglia: basta dare un’occhiata a una sfilza di curriculum nella galassia della tecnostruttura del Paese. Talvolta coprendo una gamma che va oltre il preventivabile: si pensi al fatto che nei giorni dell’8 settembre ’43 si presentò all’arruolamento un tipo decisamente concorrente e “corsaro” come Pier Paolo Pasolini.
Però, forse per via della specificità dell’attenzione al mare (che ovviamente non è di necessità uno spazio militare) o per strategie più lungimiranti tanto dal versante accademico quanto da quello militare, l’Accademia ha man mano aperto le porte: mettendo in piedi un’alleanza con l’ateneo pisano, si è configurata come una sorta di “università del mare”. Con le particolarità di un istituto militare ma anche con le aperture “civili” che questa collaborazione può mettere in piedi.
Del resto, l’Accademia ha sotto il proprio “tetto” anche un polo di ricerca e sperimentazione: inutile dire che prende le mosse da esigenze di tipo militare ma ha raggiunto standard tali da esser diventato un punto di riferimento, ad esempio nel settore delle telecomunicazioni e dell'elettronica applicata.
Stiamo parlando dell’istituto intitolato a Giancarlo Vallauri che ne è stato il padre-fondatore esattamente un secolo fa: ma questo centro di ricerca ha visto al lavoro anche personaggi del calibro di Nello Carrara (il “padre” della fisica delle microonde, illustre studioso di tecnica radar e radiopropagazione) e Ugo Tiberio (lo scienziato che ideò quel “radar prima del radar” che era il suo radiotelemetro).
Sì, un doppio cancello e un lunghissimo muro perimetrale dividono l’Accademia navale dalla città ma l’una e l’altra sono sotto lo stesso cielo. Per dirne una: chissà se è solo per un capriccio del destino che Livorno era nei primi decenni del Novecento l’apripista degli studi su onde radio e radar con gli esperimenti di Guglielmo Marconi e con le ricerche di Ugo Tiberio. Difficile crederlo, visto che qui si era messa al lavoro l’équipe dell’istituto Vallauri (ex Mariteleradar).
Il flash dedicato al premio Nobel emiliano ha a che fare con un altro pezzo di lungomare, l’hotel Palazzo: è lì che fa ricerche su radio e radar, è lì che nell’ottobre di cent’anni fa precisi scrive una lettera alla cognata («sono sul mare quasi sempre e sto lavorando a una nuova invenzione che credo e spero farà confondere il nemico»).
Potrebbe essere quasi un romanzo la vicenda che attesta come l’invenzione del radar si debba al prof. Tiberio e al suo team (che pare vi si dedicassero nei ritagli di tempo lasciati liberi dal lavoro principale perché le autorità non avevano deciso di investire granché su questi studi di frontiera). A Livorno, dove Tiberio morirà nel 1980, è stato ritrovato nel ’96 dai figli, in un vecchio baule rimasto in soffitta, un manoscritto che dimostra come già sessant’anni prima lo studioso avesse avuto le intuizioni giuste per porre le basi concettuali e le soluzioni progettuali che avrebbero fatto nascere i radar.
Sbaglia chi lo derubrica a episodio o coincidenza: anche perché, solo per dirne un’altra, parecchi anni più tardi alla guida dei fisici dell’Accademia navale sarà il prof. Lino Daddi con gli occhi puntati sul sacro Graal della fusione fredda.
Tutto questo, però, non sarebbe stato possibile se 135 anni fa – anzi, un po’ prima ... – non fosse nata a Livorno l’Accademia Navale. Come racconta Luigi Donolo, ex comandante dell’Accademia e ora studioso di storia del territorio, con l’unificazione dell’Italia sotto i Savoia si pone l’esigenza di unificare anche le scuole navali. Livorno ha il vantaggio di essere geograficamente baricentrica: ma se, facendo quadrato con gli amministratori municipali, non fosse stato per la battaglia del generale Diego Angioletti da ministro, dei parlamentari locali (Vittorio Malenchini e Pietro Bastogi) e soprattutto del ministro Benedetto Brin, pensate davvero che La Spezia e Ancona si sarebbero rassegnate a veder costruire a Livorno l’Accademia navale?
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