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cronaca

Terremoto, quattro faglie attraversano la Toscana: ecco dove sono

Ecco la mappa delle faglie che attraversano la Toscana

Sono documentate nella mappa dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia. Ma il sismologo rassicura: è da escludere un effetto domino di 200 chilometri


01 novembre 2016 di Melania Carnevali


LIVORNO. Una lunga vena parte da Leonessa, piccolo comune in provincia di Rieti, e sale su per la penisola, attraversando Foligno, Perugia, Città di Castello per poi entrare in Toscana a Sansepolcro e scorrere come un fiume invisibile sotto Bibbiena, Vicchio, Borgo San Lorenzo fino a toccare Barberino di Mugello. Circa trecento chilometri di faglie unite che collegano la nostra regione a quelle terremotate: il Lazio e l’Umbria. È lì, disegnata precisa, come una ferita tracciata sulla pelle, nella mappa dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia sulle sorgenti sismogenetiche, ossia le faglie o i sistemi di faglie che scorrono sotto l’Italia.

In Toscana ce ne sono quattro, di “vene”. Una è in Lunigiana: parte da Gragnola e Fivizzano e poi tira dritto su verso nord ovest. Un’altra è in Garfagnana, da Bagni di Lucca fino a sfiorare Cerreto Laghi. E infine una fascia più piccola che va da Collesalvetti (Livorno) fino a Orciano Pisano (Pisa).

Non ci sono immagini a dimostrarlo. Nè tantomeno rilievi o test. Ma la storia e i calcoli. Per elaborare la mappa i sismologi sono infatti partiti dai terremoti storici. Perché dove c’è stato un terremoto - dicono - sicuramente ce ne sarà anche un altro. Magari cent’anni dopo. E magari leggero. Ma pur sempre zona sismica è. Da qui, analizzando le caratteristiche geologiche, hanno disegnato il quadro sismotettonico della regione per individuare le zone dove possono esistere faglie potenzialmente pericolose.

«Le scatoline più piccole sono la rappresentazione semplificata della proiezione in superficie dei grandi terremoti del passato», spiega Gianluca Valensise, uno dei sismologi dell’Ingv che ha elaborato la mappa. «In questo modo - dice - abbiamo mappato le sorgenti sismogenetiche su tutto il territorio nazionale. Poi, siccome erano un numero limitato, per completare il quadro, abbiamo introdotto informazioni geologiche aggiuntive e elaborato queste sorgenti composite, ossia le fasce lunghe».

Ed ecco le vene disegnate. Si tratta di sistemi di faglie collegate tra loro come vagoni di un treno. E sì, se si rompe una faglia, si può innescare un effetto domino. Come in Umbria e nelle Marche. Ma secondo Gianluca Valensise «questi fenomeni possono riguardare due o tre pezzi, non 200 chilometri». In altre parole: se si rompe una faglia in Umbria, lungo la vena che porta fino a Barberino di Mugello, «è irrealistico» - secondo il sismologo - che arrivi in Toscana.

Anche se è già successo. In Calabria, ad esempio, nel Settecento, la terra tremò per due mesi di fila e il terremoto “camminò” per 120 chilometri. Come da Carrara a Firenze o da Pisa a Grosseto. O come, appunto, da Perugia a Bagno a Ripoli (Firenze)

La Toscana, dice l’esperto, non si può classificare tra le regioni più sismiche dell’Italia. Solo 15 eventi dal 1000 ad oggi hanno avuto infatti una magnitudo superiore a 5.5. Completamente assenti poi nella storia dei sismi toscani quelli fortissimi, magnitudo maggiore a 7 per intendersi. La sismicità storica è distribuita nel tempo in modo irregolare. Ma più o meno nelle stesse zone. Le faglie in Toscana sono infatti concentrate tutte lungo l’Appenino, nessuna lungo la costa, con l’unica eccezione di una sorgente mappata vicino a Livorno. Questa è stata individuata sulla base del terremoto che si verificò il 14 agosto del 1846 a Orciano Pisano: un sisma di 5.6 di magnitudo che provocò danni anche a Pisa, Livorno, Volterra e dove persero la vita 60 persone. «È stato un evento isolato, ma rientra nei terremoti storici forti per cui quella zona viene considerata come una sorgente sismogenetica», spiega il sismologo dell’Ingv.

La zona sismica più pericolosa quindi corrisponde alla zona assiale della catena apenninica e comprende le zone sismiche dell’Alta Valtiberina, Casentino, Mugello, Garfagnana e Lunigiana. Basta pensare ai terremoti del passato. Mugello, 13 giugno 1542, magnitudo 5.9, 113 morti e 289 feriti. Garfagnana, 7 settembre 1920, magnitudo 6.5, 300 morti. O ancora: Alta Lunigiana, 18 febbraio 1834, magnitudo 5.6, 10 morti. L’Appennino scorre su un filo pronto a traballare. Mentre la costa sembra immune. Anche se si verificasse un terremoto forte nell’entroterra, secondo il sismologo, «le zone di costa come la Maremma - dice - non dovrebbero sentire danni». E questo per le caratteristiche geologiche della Toscana. «La regione un po’ si difende da sola, perché la parte inferiore della crosta è molto calda, per la geotermia. Per questo la crosta toscana trasferisce male lo scuotimento. Ed è anche il motivo per cui i terremoti della Toscana centrale sono sempre piuttosto piccoli e superficiali».

Dal momento che le faglie sono state disegnate sulla base dei terremoti storici, verrebbe da chiedersi, è possibile che ci siano altre faglie non individuate? «In linea di principio tutto è possibile - risponde Vallensise - però noi abbiamo riscontri geologici e storici che ci dicono che se in una zona non si sono mai verificati terremoti è difficile che ci siano. Una zona sismica non si sveglia dal nulla».

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