Il Tirreno

Livorno

Ero in quinta elementare e cominciai a girare filmini

di M. Antonietta Schiavina
Ero in quinta elementare e cominciai a girare filmini

«Quando mi regalarono una telecamera mi dissi: da grande farò il cinema»

5 MINUTI DI LETTURA





LIVORNO. Invidiati si nasce o si diventa? C'è chi possiede per natura una predisposizione e chi invece nell'invidia (degli altri) ci si ritrova senza volerlo. Come è accaduto a Paolo Ruffini (Paolino per gli amici e ormai anche per il pubblico), che si è ritrovato in questi giorni vittima suo malgrado di un vergognoso attacco, con la comparsa su Charge.org di una petizione choc “50 mila firme affinché Paolo Ruffini si tolga la vita”, incredibile appello che prima di essere cancellato ha ottenuto quasi 1000 consensi.

«Vuol dire che sono famoso davvero!», ha commentato Ruffini per tutta risposta, spiegando che la strada che l'ha portato al successo – percorsa prima nella sua solare Livorno e poi nella più nebbiosa Milano, dove si è trasferito due anni fa – non è stata certo priva di ostacoli, ma che, per abbatterli, lui ha lavorato sodo, «senza chiedere favori, e senza soprattutto pestare i piedi a qualcuno».

Oggi che, finalmente, sta raccogliendo i frutti del suo lavoro – il film “Fuga di cervelli”, interpretato e diretto da lui, per un periodo è stato in testa alle classifiche –, di sparire dal mondo, il buon Paolino non ne ha la benché minima intenzione. Al contrario, si gode il momento magico, passando dal ruolo di conduttore di Colorado Cafè, a quello di doppiatore, attore, regista. Fino a vestire i panni del principe azzurro in Cenerentola, il musical scritto da Saverio Marconi e Stefano D'Orazio, che arriverà sul palcoscenico del Teatro Goldoni il 4 e il 5 febbraio ( alle ore 21).

«Tutte le bimbe sognano di essere Cenerentola e tutti i bimbi, anche quelli toscanacci, livornesi, che sanno un po' di cacciucco come me, vorrebbero almeno per un giorno vestire i panni del Principe azzurro», spiega il comico. «E forse anch'io da piccolo l'ho desiderato, anche se soprattutto sognavo di fare il regista: invece di andare a giocare a calcio come molti coetanei, passavo ore davanti alla tv, guardando i film, i cartoni animati o i quiz di Mike Bongiorno e quelli di Corrado, come "Il pranzo è servito", che mi piaceva da matti».

Era un bambino goloso?

«Per niente: facevo scorpacciate di cocomero, che adoravo e adoro ancora, mi piacevano i tortelloni con la panna e il prosciutto, pesantissimi da digerire, ma tanto buoni, gli spaghetti alla vongole e i frati che mamma mi comprava alla friggitoria di Piazza Cavallotti, però quella del cibo non era la mia priorità come invece lo era la tv».

La sua giornata dunque, scuola a parte, la passava davanti al piccolo schermo?

«Un vero e proprio compagno di giochi davanti a cui mi estraniavo dal mondo per inseguire la fantasia. Registravo tutti i film e i programmi che mi piacevano – vizio che poi si è sviluppato nella mia mente fino a diventare un lavoro – e a chi mi domandava cosa avrei fatto da grande, rispondevo senza indugio che sarei diventato un regista. Cosa che a 35 anni sono riuscito a realizzare!».

Togliendosi una bella soddisfazione…

«Certo! Ma, come ho scritto nel mio libro (“Tutto bene”, edizioni Tea, uscito nel 2012, ndr), la cosa importante, quando si realizza un sogno, è ricordarsi di averlo sognato, perché se non ricordi che hai lottato tanto per conquistarlo, alla fine il sogno è solo realtà, mentre invece deve rimanere sogno, da vivere con più meraviglia».

Ultimo figlio di una tipica famiglia livornese – babbo dirigente all'Autorità Portuale e mamma casalinga – venuto al mondo dopo Andrea, classe 1965, adesso impiegato alla Wass, sposato con Rosa e padre di due bambini; e Armando, 47 anni, comandante nella capitaneria del porto di Imperia – Ruffini racconta che non ha mai conosciuto i nonni, morti quando lui era piccolissimo, ma che in compenso ha avuto una zia, Editta, «presenza importante, grande donna!». E dei fratelli dice: «Il nostro è un legame più che solido, nonostante la differenza d'età che ci ha impedito di frequentarci meglio»…

A scuola Paolino andava dalle suore del Sacro Cuore. Non era un secchione, ma neppure fra quelli segnati in rosso sul registro.

«Durante le lezioni mi annoiavo abbestia – confida – così, per rianimare un po' l'ambiente, ogni tanto mi inventavo qualcosa, ma lo facevo senza cattiveria e la maestra non mi puniva mai».

Turbamenti esistenziali ne ha avuti?

«Qualcuno, soprattutto quando ho preso consapevolezza dell'esistenza della morte, cosa che mi ha creato un vero trauma. Però a parte qualche malinconia, ero un bambino sereno, pacioccone e abbastanza sensibile, che non cercava mai di fare del male agli altri».

Un ricordo speciale della sua infanzia?

«Il giorno in cui mamma e babbo mi regalarono la prima telecamera. Ero in quinta elementare. Da quel momento iniziai a girare filmini, convincendomi ancora di più che, da grande, avrei lavorato nel cinema».

Con tutta quella fantasia nella testa trovava il tempo per frequentare gli amici?

«Stavo bene anche da solo, però qualche bambino con cui legavo un po'di più c'era. Uno, che non vedo da tempo perché le strade della vita ci hanno divisi, ma che mi era particolarmente simpatico si chiamava Mirko. Abitava vicino a me, andavamo a scuola insieme e spesso ci ritrovavamo anche nel pomeriggio. Ci univa la passione per i fumetti e i video giochi: oltre alla tv, avevo l'Amiga 500, che era l'avanzamento del Commodore 64 e ci passavo le ore anche in estate, invece di andare al mare come gli altri bambini. Poi c'era Alessandro, che aveva la mia stessa passione per il cinema. In inverno andavamo insieme all'Odeon, davanti a casa mia e, in estate, nei cinema all'aperto. Mi piacevano “Rambo”, “Lo squalo”, “Ritorno al futuro”, “La storia infinita”, i film di Walt Disney. Ricordo che, quando entravo in sala, per un po' mi tappavo gli occhi, aprendoli poi lentamente per abituarmi alla grandezza dello schermo, che mi sembrava enorme, gigantesco».

Ci sarà stato anche il periodo dei primi amori…

«Sono stato, per così dire, un po' tardivo e il primo approccio con le bimbe l'ho avuto verso i 14 anni, nel periodo in cui, invece dei video giochi, le macchinine e il Big Jim dovevo assolutamente farmi garbare una, per stare al passo con i miei compagni, che la ragazzina ce l'avevano da tempo. Lei si chiamava Elena, era bellissima e abitava ad Antignano».

Siete rimasti in contatto?

«No. So che ha fatto il classico, ma poi, finita la storia, l'ho persa di vista e non ho più avuto sue notizie. Però allora me ne ero innamorato davvero…».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Primo piano
Turismo

Mare più bello d’Italia 2026: la Toscana sul podio con 4 località (una è nella top 10)

di Redazione web
Speciale Scuola 2030