Addio ad Ablondi, il vescovo di tutti
L’agonia del vescovo emerito di Livorno monsignor Alberto Ablondi è finita sabato alle 11,15, quando il cuore dell’anziano presule ha cessato di battere. Aperta la camera ardente in Cattedrale, dove 16,30 ci saranno i funerali solenni. Il sindaco ha indetto il lutto cittadino
di Mauro Zucchelli
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LIVORNO. Il cuore di monsignor Alberto Ablondi aveva aperto la porta al dialogo con i “fratelli ebrei”, si era schierato dalla parte dei lavoratori a rischio di licenziamento, aveva chiesto alla Chiesa di ascoltare i giovani anziché fargli solo prediche. Ma al quinto giorno di agonia non ce l’ha fatta più: a 86 anni si è spento un vescovo-simbolo della Chiesa del dopo-Concilio.
Costretto da tempo a muoversi in carrozzella e a ricorrere a più riprese quest’estate alle cure ospedaliere, Ablondi era stato ricoverato nel reparto di rianimazione dell’ospedale di Livorno nella tarda serata di lunedì per una grave insufficienza respiratoria. E’ rimasto in coma fino ad una serie di crisi cardiache: ieri mattina alle 11,15 l’ultimo battito. Poco dopo la conclusione del pellegrinaggio a piedi a Montenero al quale il vescovo Simone Giusti aveva chiamato i fedeli per pregare per monsignor Ablondi, per monsignor Antonio Marini (poi morto prima dell'alba di domenica) «e per tutti i malati».
Ablondi arriva a Livorno nel ’66 (come ausiliare di monsignor Guano, altro faro del rinnovamento ecclesiale), dal ’70 ha retto per trent’anni la responsabilità di una piccola diocesi come quella labronica ma in tandem con una intensa attività con l’occhio al mappamondo intero. Sul fronte dell’impegno biblico: è stato ai vertici mondiali di organismi come l’Associazione Biblica Universale o la Federazione Universale per l’Apostolato Biblico o la Società Biblica. Ma anche sul versante dell’ecumenismo: fino a entrare nel ’90 nel Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani, che in Vaticano equivale a una sorta di ministero del dialogo religioso.
Era però Livorno la sua casa e, soprattutto, la “sua” gente: appena prima di dimettersi dalla guida della diocesi in anticipo sui 75 anni del diritto canonico, aveva fatto trasferire al cimitero della Misericordia le spoglie dei suoi familiari. Lasciando l’incarico, aveva scritto una lettera alla città che era una dichiarazione d’amore («resterò uno di voi»). D’altronde, il carattere della città aveva marchiato a fuoco l’identikit umano di quel giovane prete intellettuale con tre lauree, che il Vaticano aveva destinato a una città definita senza tanti giri di parole «molto difficile dal punto di vista religioso».
E la “rossa” Livorno ha contraccambiato: gli è stata data la cittadinanza onoraria e la massima onorificenza, adesso nel giorno del dolore il sindaco proclama per domani, giorno dei funerali (alle ore 16,30), il lutto cittadino. Non è per modo di dire che il cordoglio tracima fuori dalle parrocchie e tocca al cuore anche la parte della città più lontana dalle sacrestie: i portuali non dimenticano quando nel 1989 si schierò al loro fianco e mettono la bandiera a mezz’asta come avevano fatto solo per Togliatti e Berlinguer. Non erano mancate le “spine” in questo lungo curriculum: quando nel ’97 una donna dichiarò a “Oggi” di aver avuto una love story con lui; quando tre anni più tardi alla guida della sua auto uccise una passante; quando l’ostilità di settori della curia vaticana fecero saltare il tentativo di offrirsi alle Brigate Rosse come ostaggio (insieme ai vescovi Riva e Bettazzi, presumibilmente su desiderio di Paolo VI) pur di salvare la vita a Aldo Moro.
Il dialogo sempre e comunque l’aveva messo in campo con gli ebrei: l’amicizia con il rabbino Elio Toaff, livornese anche lui, aveva fatto muovere i primi passi al disgelo che ha portato alla storica visita di papa Wojtyla in sinagoga nel 1986. Ma era un’idea fissa anche nei rapporti con la gente comune: al punto che aveva chiamato in “casa Ablondi”, fra le persone che lo hanno seguito come un’ombra durante la malattia, una suora cattolica indiana (suor Cyriaca Thyparambil) e un aiutante marocchino di religione musulmana (Isham Bouzzine Hicham).
Costretto da tempo a muoversi in carrozzella e a ricorrere a più riprese quest’estate alle cure ospedaliere, Ablondi era stato ricoverato nel reparto di rianimazione dell’ospedale di Livorno nella tarda serata di lunedì per una grave insufficienza respiratoria. E’ rimasto in coma fino ad una serie di crisi cardiache: ieri mattina alle 11,15 l’ultimo battito. Poco dopo la conclusione del pellegrinaggio a piedi a Montenero al quale il vescovo Simone Giusti aveva chiamato i fedeli per pregare per monsignor Ablondi, per monsignor Antonio Marini (poi morto prima dell'alba di domenica) «e per tutti i malati».
Ablondi arriva a Livorno nel ’66 (come ausiliare di monsignor Guano, altro faro del rinnovamento ecclesiale), dal ’70 ha retto per trent’anni la responsabilità di una piccola diocesi come quella labronica ma in tandem con una intensa attività con l’occhio al mappamondo intero. Sul fronte dell’impegno biblico: è stato ai vertici mondiali di organismi come l’Associazione Biblica Universale o la Federazione Universale per l’Apostolato Biblico o la Società Biblica. Ma anche sul versante dell’ecumenismo: fino a entrare nel ’90 nel Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani, che in Vaticano equivale a una sorta di ministero del dialogo religioso.
Era però Livorno la sua casa e, soprattutto, la “sua” gente: appena prima di dimettersi dalla guida della diocesi in anticipo sui 75 anni del diritto canonico, aveva fatto trasferire al cimitero della Misericordia le spoglie dei suoi familiari. Lasciando l’incarico, aveva scritto una lettera alla città che era una dichiarazione d’amore («resterò uno di voi»). D’altronde, il carattere della città aveva marchiato a fuoco l’identikit umano di quel giovane prete intellettuale con tre lauree, che il Vaticano aveva destinato a una città definita senza tanti giri di parole «molto difficile dal punto di vista religioso».
E la “rossa” Livorno ha contraccambiato: gli è stata data la cittadinanza onoraria e la massima onorificenza, adesso nel giorno del dolore il sindaco proclama per domani, giorno dei funerali (alle ore 16,30), il lutto cittadino. Non è per modo di dire che il cordoglio tracima fuori dalle parrocchie e tocca al cuore anche la parte della città più lontana dalle sacrestie: i portuali non dimenticano quando nel 1989 si schierò al loro fianco e mettono la bandiera a mezz’asta come avevano fatto solo per Togliatti e Berlinguer. Non erano mancate le “spine” in questo lungo curriculum: quando nel ’97 una donna dichiarò a “Oggi” di aver avuto una love story con lui; quando tre anni più tardi alla guida della sua auto uccise una passante; quando l’ostilità di settori della curia vaticana fecero saltare il tentativo di offrirsi alle Brigate Rosse come ostaggio (insieme ai vescovi Riva e Bettazzi, presumibilmente su desiderio di Paolo VI) pur di salvare la vita a Aldo Moro.
Il dialogo sempre e comunque l’aveva messo in campo con gli ebrei: l’amicizia con il rabbino Elio Toaff, livornese anche lui, aveva fatto muovere i primi passi al disgelo che ha portato alla storica visita di papa Wojtyla in sinagoga nel 1986. Ma era un’idea fissa anche nei rapporti con la gente comune: al punto che aveva chiamato in “casa Ablondi”, fra le persone che lo hanno seguito come un’ombra durante la malattia, una suora cattolica indiana (suor Cyriaca Thyparambil) e un aiutante marocchino di religione musulmana (Isham Bouzzine Hicham).
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