Perché Trump si è fermato e chi sta vincendo davvero: tutta la verità dietro la notte in cui l’attacco all’Iran è stato congelato
Dalle pressioni interne al ruolo di Pakistan e Cina, fino alle concessioni su Hormuz e al nodo delle sanzioni: il congelamento dell’offensiva apre una trattativa che ridisegna equilibri, alleanze e rapporti di forza nel Golfo
Nella notte tra martedì 7 e mercoledì 8 aprile, quando tutto lasciava presagire un’escalation militare dagli esiti imprevedibili, Donald Trump ha improvvisamente deciso di non colpire l’Iran. Una frenata che ha sorpreso alleati, avversari e perfino parte della sua stessa amministrazione. Il mondo ha tirato un sospiro di sollievo – insieme a Leone XIV, il Papa che nelle ore più tese aveva parlato con parole insolitamente dure – ma la domanda resta: cosa ha fatto cambiare idea al presidente americano? Le risposte definitive arriveranno solo nei prossimi giorni, forse settimane. Ma alcuni elementi chiave sono già emersi.
Il cessate il fuoco “pakistano”: la proposta che ha aperto uno spiraglio
Trump ha annunciato di aver accettato un cessate il fuoco di due settimane, proposto dal premier pakistano Shehbaz Sharif. La condizione posta dagli Stati Uniti è chiara: riapertura completa, immediata e sicura dello Stretto di Hormuz, il choke point che l’Iran aveva di fatto bloccato, strangolando il commercio globale. In cambio, Washington sospende la minaccia – esplicitata dallo stesso Trump – di «condurre alla morte l’intera civiltà iraniana». Una retorica che aveva fatto temere il peggio anche agli alleati più vicini, mentre Israele, Arabia Saudita ed Emirati Arabi spingevano per non concedere alcuna pausa a Teheran.
Il ruolo decisivo del “cerchio magico”: Vance, Kushner e Witkoff
Secondo diverse fonti, a convincere Trump a non superare il punto di rottura sarebbero stati tre uomini chiave:
- J.D. Vance, vicepresidente Usa
- Jared Kushner, consigliere e negoziatore ombra Usa
- Steve Witkoff, imprenditore e emissario politico
Tutti e tre avrebbero insistito su un concetto: l’obiettivo militare è già stato raggiunto, ora serve un accordo che possa essere venduto come vittoria strategica.
Il negoziato diretto: venerdì a Islamabad il primo faccia a faccia
Gli Stati Uniti e l’Iran si incontreranno venerdì 10 aprile a Islamabad, in un negoziato diretto che fino a pochi giorni fa sembrava impossibile. La base di partenza sarà la proposta iraniana in 10 punti, definita da Trump una «workable basis», ovvero una base su cui si può lavorare.
Le tessere del possibile accordo
- 1- Hormuz e la tariffa sul passaggio: una vittoria per Teheran
Secondo Associated Press, una delle ipotesi sul tavolo è che Iran e Oman possano riscuotere una tariffa per il passaggio delle navi nello Stretto di Hormuz. Un riconoscimento implicito della sovranità iraniana sul choke point più strategico del pianeta. Un dettaglio non irrilevante: nelle ultime settimane l’Oman è stato quasi del tutto risparmiato dai droni e dai missili iraniani. Un segnale che molti analisti leggono come preparazione a un accordo congiunto. Trump, nel suo post su Truth, ha parlato di «ricostruzione dell’Iran» e di «Big Money», lasciando intendere che questa nuova fonte di entrate potrebbe essere parte del pacchetto.
- 2 - Programma nucleare: un punto per Trump e Israele
L’Iran continua a rivendicare il diritto all’arricchimento dell’uranio per «scopi civili». La contropartita americana potrebbe essere un monitoraggio internazionale molto stretto, forse affidato a Paesi con forte know-how nel nucleare civile, come la Francia. Per Teheran, oggi, la vera leva non è più il nucleare – che attira ritorsioni devastanti – ma la minaccia di chiudere Hormuz, molto più efficace e meno rischiosa.
- 3 – Sanzioni: la partita più delicata
L’Iran chiede da anni la rimozione delle sanzioni internazionali. Trump potrebbe concedere una sospensione parziale, reversibile in qualsiasi momento. Qui entra in gioco anche l’Europa: le sanzioni UE, avviate nel 2007, potrebbero essere oggetto di un allentamento coordinato. Un ritorno dell’Unione al tavolo negoziale è considerato probabile.
Il fattore Cina: il vero vincitore silenzioso
Il Pakistan, mediatore ufficiale, è storicamente vicino a Pechino. Il suo ministro degli Esteri, Mohammad Ishaq Dar, era stato in Cina appena otto giorni fa, uscendo con un piano di pace in cinque punti che includeva proprio la riapertura di Hormuz. La Cina è:
- il principale garante economico dell’Iran
- il protettore del Pakistan
- il Paese più interessato alla stabilità delle rotte energetiche
Il fatto che Teheran abbia accettato di riaprire Hormuz è letto da molti analisti come un successo diplomatico cinese.
Chi perde: il diritto internazionale
Le minacce di distruzione di infrastrutture civili, il blocco di uno stretto internazionale, l’ipotesi di un dazio su un braccio di mare: tutti elementi fuori dal perimetro della legalità internazionale. Eppure, ora sono sul tavolo.
E rischiano di diventare precedenti. Sempre più, la geopolitica globale sembra muoversi secondo la legge del più forte, non secondo le convenzioni del dopoguerra.
Cosa aspettarsi ora
I prossimi giorni saranno decisivi. Tre scenari sono considerati plausibili:
- Accordo rapido: sospensione delle sanzioni, riapertura di Hormuz, monitoraggio sul nucleare.
- Stallo negoziale: cessate il fuoco prolungato ma fragile.
- Ritorno alla tensione: se una delle parti percepisce l’altra come troppo aggressiva o troppo debole.
Per ora, Trump può rivendicare di aver evitato una guerra. L’Iran può dire di aver costretto gli Stati Uniti a negoziare. La Cina può presentarsi come l’unico attore capace di influenzare davvero Teheran. Il mondo, intanto, resta sospeso tra sollievo e inquietudine.
.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=aeeb15a)