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Grandi Amori
L'intervista

Vittoria Gervaso: «La mia vita insieme a Roberto, un gran bel film lungo 50 anni»

di Clarissa Domenicucci
Roberto Gervaso e la moglie Vittoria sulla copertina del libro “Se vuoi che t’ami... galateo erotico”
Roberto Gervaso e la moglie Vittoria sulla copertina del libro “Se vuoi che t’ami... galateo erotico”

Moglie del giornalista, scrittore e aforista italiano morto nel 2020, racconta per la prima volta l’uomo con cui ha vissuto insieme dagli anni ‘70

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Un amore lungo 50 anni, quello tra Roberto e Vittoria Gervaso, alla quale abbiamo chiesto di raccontarlo per la prima volta. Da quell’incontro nel 1971 a una sfilata di moda a Mantova, fino all’ultimo momento insieme a Milano, il 2 giugno 2020. Quando regalando a lei l’ultimo pensiero, l’ha guardata con occhi sereni salutandola così: «Bedda».

È stata una favola d’amore?

«Non direi una favola, l’amore non può esserlo perché si scontra con la vita che non è mai perfetta. Il grande amore è più simile a un film».

Nei 49 anni trascorsi fianco a fianco, come si è trasformato il vostro amore?

«Ricordo che lasciando casa di Roberto dopo il nostro primo incontro, io avevo 25 anni e lui 34, non camminavo più per le vie di Roma: volavo! Così sono stati i primi tempi, da sogno. Con gli anni siamo stati capaci di creare una forte complicità e quando è nata Veronica lui le ha insegnato i valori e l’integrità ed io pensavo a tutto il resto. Da grandi lo sorvegliavo, lo curavo, si sentiva protetto come un bambino. Credo che il vero amore poggi sul bene e sul senso di custodia dell’altro. I sentimenti si trasformano ma non bisogna averne paura: se c’è una base solida che è il bene vero, sprecare un grande amore è un peccato. Vale la pena di difenderlo».

Ha conosciuto Roberto nel fiore dei suoi anni, quando da ragazzina palermitana timida, afflitta da un senso di inadeguatezza e “troppo magra”, come si definiva, si trasformò in una donna. Da Palermo a Roma, per volere di sua madre, per accompagnare nei suoi studi di danza classica sua sorella, presto ballerina al teatro dell’Opera. ..

«Sì, mi ero trasferita a Roma con mia madre e mia sorella e cercavo un lavoro. Un’amica mi disse: “Tu che sei così slanciata, perché non provi da Balestra? Cercano indossatrici”. Riluttante mi presentai all'atelier, in cerca di un posto che in realtà non era disponibile. Comunque mi presero le misure, mi scusai per l’errore e dopo poco giorni mi richiamarono. La mia avventura nella moda cominciò da quello sbaglio».

E da lì a poco, un po’ per caso un po’ per destino, iniziò a sfilare per Valentino e altre grandi firme del made in Italy.

«Già, incredibile! Proprio io che non avevo mai puntato sul mio corpo, anzi che per una vita lo avevo nascosto».

Lui era già Roberto Gervaso e forse ha creduto di averla scelta in mezzo a tutte quelle donne, alla sfilata, ignorando che lei lo aveva “puntato” già da un po’...

«È così! (ride). Facevo l'indossatrice e la mia amica Fioretta, figlia di Vittorio Metz, un giorno mi nominò Roberto. Le dissi che volevo conoscerlo, che abitava a due passi da casa mia ma non ero riuscita a incontrarlo, avevo letto “L’Italia dei secoli bui”, scritto a 4 mani con Montanelli. Me lo presenti? Le chiesi. Trascorse del tempo. Il 25 Settembre del ‘71 andai a fare una sfilata a Mantova che non volevo fare, ma non avevo trovato una sostituta, e lui era in lì in platea. Mi avvertirono: “C’è Gervaso in sala”. Indossavo una minigonna con calzamaglia gialla, gli sfilai davanti guardandolo e al termine mi avvicinai: “Sono l’amica di Fioretta”. Ma capii che lei non gli aveva mai parlato di me. Mi scrutò con occhi di falco. Gli dissi che il mercoledì successivo avrei sfilato a Fiuggi. Lui chiamò tutti gli alberghi e mi sorprese dandomi del lei. Ero emozionatissima. Disse a Fioretta di volermi intervistare per un’inchiesta sulla moda. A quel punto dovette accompagnarmi a casa sua, in via dell’Anima».

A che punto della vostra conoscenza ha chiarito a sé stessa che era l’uomo della sua vita?

«Direi subito. Quando, dandoci ancora del lei, Roberto mi domandò quali fossero i miei punti fermi. Io non avevo mai riflettuto su questo e ribaltai la domanda, allora lui rispose: mia madre e il mio lavoro. Pensai tutta la notte ai punti fermi e mi si aprì un mondo».

Cosa le ha insegnato come compagno?

«Ad essere me stessa. Quando l’ho conosciuto sì, avevo ottenuto successo come indossatrice; le esperte degli atelier di via Veneto avevano lavorato calibrando il trucco e il taglio, esaltando i difetti come pregi e insegnandomi un portamento disinvolto, ma non ero una sicura. Non ero consapevole dei miei anni, della mia bellezza, del mio valore. Anzi: credevo di non meritarmi nulla, afflitta da un’insicurezza con la quale molte donne in gambissima fanno i conti. Questo mi preme sottolinearlo. Io odiavo il mio corpo filiforme, mio cruccio per tutta l’infanzia e l’adolescenza e le gambe magre che attiravano i commenti sprezzanti degli altri ragazzini. Roberto, invece, faceva dei difetti un vezzo; andava fiero dei suoi piedi storti, lo divertivano, e così faceva con me invitandomi a rimanere sempre me stessa. Mi ha insegnato che potevo volare, che potevo spiccare un volo bellissimo a cui rischiavo di rinunciare per paura. Mi diceva che ero insuperabile, abile, intelligente come una volpe e alla fine ci ho creduto! Lui era il pilota che intraprendeva il volo, io il paracadute per l’atterraggio».

Ha condiviso con Roberto amicizie e frequentazioni. Alle vostre cene partecipano i protagonisti della politica e della cultura del Paese. A chi dedica i ricordi più cari?

«A Francesco Cossiga e Giulio Andreotti. Umanamente due persone illuminate, eppure così semplici».

Un aneddoto sul giovane Silvio Berlusconi, vostro grande amico.

«Il primo ricordo è legato a delle sedie! Lo conoscemmo negli anni ‘70, era un costruttore con in testa comprare una televisione. Venne a cena per raccontarcelo. Chiamò all’ultimo e chiese di portar con sé un amico milanese; io avevo preparato solo sei mousse al cioccolato, ma soprattutto le sedie attorno al tavolo erano sei. Rinunciai al mio dolce e aggiunsi al tavolo una sedia impagliata della cucina. Fu una serata incredibile: raccontava di progetti che a noi sembravano castelli in aria, eppure tutto quello che disse lo ha realizzato e anche molto di più. Negli anni ci siamo sempre frequentati, quando era a Roma veniva a casa nostra».

Raccontava già le sue celebri barzellette?

«No. Berlusconi parlava entusiasta dei suoi progetti megagalattici ».

Il 9 luglio, giorno del compleanno di Roberto, ha lanciato dalla vostra pagina Instagram robertogervaso.official, un’inedita raccolta di aforismi con la voce tanti amici.

«Sì. Le persone che gli hanno voluto bene hanno regalato a Roberto un’interpretazione nuova dei suoi aforismi e per questo li ringrazio. Curo questa pagina Instagram con molto amore e spero che i giovani possano utilizzarla per conoscere Roberto e i suoi aforismi cinici, sempre così attuali e irriverenti».

Quando guarda indietro prova malinconia?

«Provo gratitudine e un senso di serenità perché il bilancio è positivo. È stato un gran bel film».

© RIPRODUZIONE RISERVATA


 

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