Geotermia, sotto l’Amiata c’è un “super serbatoio” nascosto: la scoperta (straordinaria), il mare di magma e gli scenari
Ecco l’esito di una ricerca italo-svizzera figlia di un cervello toscano in fuga
GROSSETO. È cosa universalmente riconosciuta che le aree di Larderello e del Monte Amiata custodiscano una risorsa geotermica inestimabile che infatti da decenni viene estratta per produrre energia.
Da uno studio dell’università di Ginevra è tuttavia emersa la presenza in loco di migliaia di chilometri cubi di fluidi magmatici: una scoperta che apre nuove prospettive per la transizione energetica grazie alle possibilità di utilizzo del calore terrestre e alla disponibilità di metalli critici, una scoperta che è anche “figlia” di un cervello toscano in fuga.
Una squadra di ricerca dell’ateneo svizzero, in collaborazione con l'Istituto di geoscienze e georisorse del Consiglio nazionale delle ricerche, sede di Firenze (Cnr-Igg), e con l'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) ha identificato nel sottosuolo delle due zone giacimenti a profondità comprese tra gli otto e i 15 chilometri nella crosta continentale. La ricerca, pubblicata su “Communications Earth & Environment” (rivista scientifica ad accesso aperto e sottoposta a revisione paritaria che si occupa di scienze ambientali e planetologia), si è avvalsa della tecnica di “tomografia del rumore sismico ambientale” (Ambient Noise Tomography), un metodo di prospezione innovativo che utilizza le vibrazioni continue della Terra e quindi a zero impatto ambientale.
In termini geologici, corpi magmatici di queste dimensioni sono paragonabili a quelli che alimentano i cosiddetti supervulcani come il lago Toba (Indonesia), il vulcano Taupo (Nuova Zelanda) o il forse più noto parco di Yellowstone (Idaho, Montana e soprattutto Wyoming, negli Stati Uniti), che ospitano sotto la superficie immensi serbatoi dell'ordine – appunto – di diverse migliaia di chilometri cubi.
La presenza di questi volumi è rivelata da tracce superficiali come crateri, deformazioni del suolo, depositi eruttivi ed emissioni di gas. In assenza di tali segnali, anche grandi corpi possono rimanere insospettabilmente nascosti nelle profondità nella crosta terrestre; come in questo caso: «Sapevamo che questa regione, che si estende da nord a sud attraverso la Toscana, è geotermicamente attiva, ma dei serbatoi magmatici così grandi erano difficili da immaginare. Non c’è pericolo di attività vulcanica imminente, ma questo ritrovamento ha dello straordinario», spiega Matteo Lupi, professore associato al dipartimento di Scienze della Terra della facoltà di Scienze dell'università di Ginevra che ha guidato lo studio.
È lui, pisano di 45 anni, il nostro cervello in fuga: laurea in Scienze della Terra all’ombra della Torre pendente, dottorato in Scozia e postdottorato in Germania. Lo raggiungiamo telefonicamente durante un viaggio in Giappone, Paese della “Cintura di fuoco” che vanta una convivenza millenaria con i fenomeni vulcanici. Lupi ci racconta che fin dal 2011 una fondazione svizzera ha finanziato lo sviluppo di nuove tecnologie per promuovere transizione energetica, e che lo studio con Cnr e Ingv, con i colleghi Domenico Montanari e Gilberto Saccorotti, nasce da qui; ed è una specie di (costosissimo) uovo di Colombo: «Abbiamo installato stazioni ambientali che “ascoltano” in passivo rumore ambientale (mare, vento e altro ancora), onde la cui velocità è proporzionale alla distanza fra due stazioni e alle proprietà del mezzo conduttore (come il granito o il magma, appunto). Il supercomputer di Ginevra elabora fino a 10 terabyte di dati per ogni esperimento e anche grazie all’intelligenza artificiale siamo in grado di fornire risoluzione migliore e a maggiore profondità».
Tutto open source per la scienza ma con ovvie finalità industriali abbattendo i costi e i rischi collegati a nuove perforazioni.
«La propagazione di questi segnali viene captata da sensori sismici ad alta risoluzione installati in superficie: in questo studio ne sono stati utilizzati circa 60. Quando le onde sismiche si propagano con velocità insolitamente basse, ciò può indicare zone di accumulo di rocce parzialmente fuse, associabili a un serbatoio magmatico», ribadisce Montanari. «Questi risultati sono importanti sia per la ricerca fondamentale, che per le applicazioni pratiche, in primis per quantificare il potenziale geotermico di una regione. Oltre al loro grande interesse scientifico, questi studi mostrano che la tomografia da rumore sismico ambientale, esplorando il sottosuolo in modo rapido, a basso costo e senza alcun impatto per l’ambiente, può essere uno strumento chiave per la transizione energetica», conferma Saccorotti.
La strada è aperta a metodi di esplorazione più economici e rapidi anche per individuare litio ed elementi delle terre rare, la cui formazione è strettamente legata ai sistemi magmatici profondi.
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