Grosseto piange Andrea Canessa, morto a 40 anni: dall’incidente alla lotta per i diritti
Tetraplegico dal 2017, è mancato per una polmonite. Il ricordo: «Lascia un messaggio di forza, coraggio e soprattutto di dignità. Aveva una grande determinazione»
GROSSETO. È una storia che pesa, come pugno nello stomaco. Se n’è andato Andrea Canessa, 40 anni, l’uomo che dal 2017 era diventato tetraplegico dopo un grave incidente automobilistico. Andrea se n’è andato per una polmonite, che l’aveva portato ad un ricovero ospedaliero una settimana fa.
Andrea Canessa dopo che la sua vita era stata stravolta ha iniziato una battaglia contro le barriere architettoniche e in generale per i diritti disabili, accentuata ancora di più dal secondo incidente, avvenuto nel 2023, quando venne urtato da un’auto e ciononostante multato in quanto “il pedone non aveva usato il marciapiede”.
La sua, dice chi l’ha conosciuto, era una determinazione nata dalla rabbia, dovuta alla condizione che gli era piombata addosso. Più volte infatti Andrea Canessa, anche attraverso Il Tirreno, aveva segnalato le difficoltà per un disabile che vive a Grosseto, come ricorda Lorella Ronconi, anche lei affetta da una malattia rara e attivista per i diritti dei disabili, che lo conosceva da tanto tempo, prima ancora dell’incidente. «Andrea l’ho conosciuto quando ancora lavorava al Numero 9, dove faceva il cameriere. Già all’epoca era una persona al “top” dell’ironia, con un carattere sveglio, allegro, vero; ci potevi litigare e discutere, perché ti diceva le cose in faccia. Sembrava Miguel Bosè ma con battute stile maremmano, ricordava quasi Roberto Benigni. Mi ricordo ancora l’ultimo sorriso primo dell’incidente: io ero in strada e lui passava con la sua auto. Mi ha suonato facendomi un verso, una linguaccia». Era giugno 2017, poi a luglio c’è stato l’incidente, mentre stava andando a lavorare.
«Quel fatto l’ha profondamente cambiato e il nostro legame è diventato ancora più speciale. Io sono da sempre in sedia a rotelle e vedevo un lui tanta determinazione ma anche tanta rabbia, perché non riusciva più ad essere come avrebbe voluto. Parliamoci chiaro – aggiunge Ronconi – siamo in Italia dove un disabile non vive al meglio. L’accessibilità è difficile, complicata. Ti scontri con il servizio sanitario, le barriere architettoniche e le difficoltà oggettive».
Lorella Ronconi si sentiva spesso con Andrea, attraverso lunghi messaggi vocali, dove si confidava, parlare anche delle cose più intime. «Ultimamente era molto arrabbiato, stanco. In uno degli ultimi messaggi diceva che ce l’avrebbe fatta, a costo di smontare il mondo».
Causa motivi familiari Andrea per un certo periodo era andato in una casa di riposo, prima ad Orbetello e poi nuovamente a Grosseto. Da circa un mese era tornato a casa, «perché Andrea – spiega Ronconi – non si trovava bene in struttura. Da ex cosiddetta “persona normale” aveva il tormento della vita. Io è da 50 anni che sono in questa condizione, lui no. Per questo si attivava, si impegnava per far valere i diritti suoi e quelli di altri in simili condizioni». Lorella ci tiene a ringraziare la stampa che l’avete supportato, «era contento quando andava sul giornale perché sperava che si smuovesse il sistema. Andrea lascia un messaggio di forza, coraggio e determinazione. Ma soprattutto di dignità. Lui non ha mai fatto piagnistei, tutto ciò che faceva era per avere diritti, e non per fare elemosina».
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