Il Tirreno

Grosseto

L’intervista

Sandro Bigozzi morto dopo un tragico lancio col paracadute, la moglie: «Continua a vivere qui». L’idea della pagina social come “diario dell’anima”

di Elisabetta Giorgi

	Sandro Bigozzi con la moglie Francesca Fallani
Sandro Bigozzi con la moglie Francesca Fallani

La pagina ha cambiato nome circa due settimane fa ed è diventata “The Big Challenge”, la grande sfida: «In pochi giorni sono già arrivati oltre 100 ricordi, chiunque può scrivere qualcosa»

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GROSSETO. «Qui vivono le storie, le sfide, le tracce lasciate. Se hai incontrato Sandro, sai perché sei qui». Quel “qui” non indica un luogo fisico, non è una piazza né una strada. È una pagina Facebook. Un approdo virtuale che sta diventando, giorno dopo giorno, uno spazio dell’anima. Un luogo speciale in cui si muovono parole, volteggiano immagini, scorrono ricordi e si incrociano relazioni che portano tutte a un nome: Sandro Bigozzi.

Informatore farmaceutico, paracadutista, viaggiatore instancabile, amante della vita e delle sfide, marito e padre innamorato, Sandro è morto lo scorso 6 settembre a 49 anni dopo un tragico lancio a Montecompatri, alle porte di Roma. Una morte improvvisa e violenta che ha lasciato sotto choc una famiglia piena di progetti, gli amici, i colleghi, i compagni di avventure. Ma la sua storia, per chi lo ha conosciuto, non si è fermata in quel momento.

Francesca Fallani, sua moglie, prende una decisione all’inizio di gennaio: non chiudere quel profilo Facebook, non lasciarlo scivolare nel silenzio digitale che spesso segue la fine, ma trasformarlo. Cambiargli nome, dargli un senso nuovo. «Da quando lui non c’è più ho sentito un silenzio surreale sia a casa che sui social», racconta Francesca al Tirreno. Di qui la decisione di fare qualcosa, di prolungare la sua voce.

La grande sfida

La pagina di Sandro Bigozzi cambia nome circa due settimane fa e diventa “The Big Challenge”, la grande sfida. Concetto caro a Sandro, lui che amava mettersi alla prova tutti i giorni. «Lo faccio per le nostre bambine e per me», spiega Francesca al Tirreno. È la sfida di gestire l’assenza senza esserne travolta, di abitare il dolore senza restarne prigioniera, di restituire dignità, luce e movimento a una storia che non può essere raccontata solo attraverso la sua fine fisica o una consolazione fine a se stessa.

Francesca, classe 1978, dipendente di una multinazionale farmaceutica, madre di Clara e Gemma, descritta da tutti come donna eccezionale, brillante, racconta Sandro come si racconta una vita piena. «Con lui ho vissuto avventure che alcuni non vivono nemmeno nelle serie tv, ho visto il mondo da prospettive che ti cambiano per sempre. Ho imparato che quando la vita ti mette davanti qualcosa, tu ci vai incontro, non scappi».

Un campo base

È da questa lezione che nasce la scelta più forte: la pagina di Sandro deve restare aperta. Ma non come un memoriale triste, perché «Sandro con la tristezza non c’entrava nulla». Deve restare aperta come un campo base delle meraviglie, uno spazio positivo, un luogo di partenza anziché di arresto. Un diario collettivo di tutto ciò che Sandro ha generato: amicizie, sorrisi, viaggi, follie, idee assurde rese semplici, “smattate” allegre, vortici di felicità, decisioni estemporanee.

A circa quattro mesi dalla morte, nei primi giorni di gennaio Francesca lancia ufficialmente la Big Challenge sui social. L’invito è diretto, molto umano, inclusivo: chi ha conosciuto suo marito può scrivere un pensiero, una frase, un ricordo, un momento buffo, un suo modo di dire, «una sua genialata». Chi non se la sente di scrivere può inviare anche foto o messaggi vocali. «Ci penserò io a trasformarli in parole. Insieme costruiremo un archivio vivo, pieno di vita, vento e risate». Le bimbe un domani potranno leggere tutto.

La risposta è travolgente

Dal 4 gennaio, in meno di due settimane arrivano oltre cento testimonianze e centinaia di fotografie. Un flusso ininterrotto di memoria condivisa, dettagli, episodi dimenticati, cento sguardi su uno stesso uomo con fili conduttori comuni che riportano ogni storia raccontata a un’essenza ricorrente: «curiosità, spensieratezza, coraggio, umiltà» sono le cifre comuni. C’è chi racconta di aver superato le paure grazie a lui, chi ricorda certe sue ossessioni divertenti, chi ne sottolinea la profondità e la leggerezza.

«Non soffro più di panico»

Scrive Elisabetta, da Bologna: «Non ho mai conosciuto Sandro di persona, solo per telefono. Soffrivo di attacchi di panico. Grazie a lui io e mio fratello autistico ci siamo lanciati a Molinella. Da quel giorno la nostra vita è cambiata: deltaplano, zip line, mongolfiera. Sandro sapeva infondere sicurezza, rendere il cielo un amico. Quel cielo che oggi è diventato la sua casa».

Il primo volo

Un’altra testimonianza racconta: «Atterrando gli dissi che non sarei mai guarita da quell’emozione. Lui mi rispose che, una volta provato il volo, non si può più tornare a vivere come prima».

«Il futuro in barca»

Un altro cita la patente nautica che Sandro conseguì: «Una sua caratteristica? Il fatto di non sentirsi mai arrivato e avere l’umiltà di continuare a voler crescere e migliorare. Ero sicuro che sarebbe diventato in barca quel grande che era in cielo. Vi lascio il breve video della splendida colazione fatta noi 2 in Capraia alla fine di una settimana dove lui aveva lavorato h24 in barca per realizzare quel bellissimo progetto che avevamo in testa». Ecco. «Un giorno – racconta Francesca – quando Clara e Gemma saranno grandi, potranno leggere tutto: le parole di babbo prima del 6 settembre e le vostre dopo. E penseranno: “Ammazza com’era figo il nostro babbo, quanta gente bella aveva intorno».

Ogni sera raccolgo pensieri

Ogni sera prima di andare a letto Francesca raccoglie, ordina e custodisce quei messaggi. Alcuni arrivano in bacheca, altri in privato. L’obiettivo è chiaro: non una pagina ferma, non una bacheca che si impolvera, ma uno spazio vivo. «Un campo base serve per ripartire», dice.

Restare al timone

«Vivere questi mesi senza di lui è stato surreale, ma se c’è un messaggio possibile in questa storia è quello di attraversare il dolore, non evitarlo - racconta Francesca - Mi sto impegnando in casa a creare un ambiente sereno per noi tre, le nostre bambine e me; parlare tanto di babbo, rispondere alle loro domande con verità. Quando vogliamo piangere, piangiamo». Poi però c’è da trovare un timone, una prospettiva, una rotta.

«È questo l’esempio che vorrei trasmettere alle bimbe quando si troveranno ad affrontare altre cose negative; ed è questo un messaggio che mi sento di rivolgere a chi si trova ad affrontare una grave perdita e fatica a rialzarsi. Ogni mattina abbiamo un dono: la possibilità di scegliere con quale stato d’animo affrontare la giornata. A chi mi chiede come va – conclude Francesca - voglio raccontare questo stato d’animo con una metafora che sarebbe stata cara a Sandro: una traversata in barca a vela. Immaginate di dover attraversare l’Atlantico, con la rotta tracciata verso una splendida isoletta dei Caraibi, in questa storia mi sono messa al timone. Lungo il viaggio ci saranno tempeste, mare grosso, giornate di vento pieno con le vele spiegate, momenti di sbandate divertenti, tramonti che tolgono il fiato e nebbia fitta in cui si fa fatica a vedere avanti. Ma ogni giorno scelgo di restare lì, al timone. Con me c’è un equipaggio speciale: Clara e Gemma, che insieme hanno il ruolo dello stratega, e un team di amici e colleghi che non è solo fondamentale in senso pratico, ma incarna anche i valori che danno forza a questa traversata. So una cosa: questa traversata non mi vedrà mai mollare, perché alla fine, quando arriveremo su quella spiaggia bianchissima davanti a un mare meraviglioso, ci godremo l’aperitivo più bello e guardando il cielo vedremo una vela Naish girare leggera: sarà Sandro, che brinda con noi. Il mare lo decide il destino, ma il timone lo tengo io».
 

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