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“Quell’anno le margherite divennero rosse”, il libro su Maiano Lavacchio

Luca Barbieri
“Quell’anno le margherite divennero rosse”, il libro su Maiano Lavacchio

Il romanzo storico della biologa romana Antonella Polenta

26 marzo 2024
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MAGLIANO IN TOSCANA. Antonella Polenta è nata a Roma dove vive e lavora. Biologa e agronoma, da sempre appassionata di letteratura, ha all’attivo numerose pubblicazioni: tra queste una si è aggiudicata il premio letterario città di Grosseto “Amori sui generis”. «Una concezione di amore diversa, rispetto a come si può declinare l’argomento di solito», precisa l’autrice che domani alle 17 sarà alla biblioteca comunale di Magliano in Toscana con il suo “Quell’anno le margherite divennero rosse” (Pegasus Edition, 2022) che parla della tragica vicenda dei “Martiri d’Istia”, giustiziati a Maiano Lavacchio, nel territorio comunale di Magliano e di cui il 22 marzo ricorre l’ottantesimo anniversario dell’eccidio. La presentazione del libro, lo ricordiamo, rientra nella terza tappa della rassegna “La Maremma e i suoi scrittori”, promossa dalla Rete Grobac, delle biblioteche e degli archivi di Maremma.

Il romanzo storico racconta degli undici giovani renitenti alla leva giustiziati il 22 marzo 1944 a Maiano Lavacchio con una scansione cronologica – ripercorre l’autrice – che dal primo ottobre del 1943 arriva al 22 marzo 1944, l’epilogo. Quotidianità, tensione, sentimenti, personaggi si intrecciano.

Polenta, cosa ha spinto un’autrice che arriva da Roma ad approfondire quanto successo ottant’anni fa a Maiano Lavacchio?

«Nonostante un percorso professionale diverso, mi sono dedicata spesso alla letteratura e al romanzo storico. Questo lavoro mi è stato commissionato a titolo gratuito e mi è stato narrato da una testimone oculare, all’epoca una bambina di Istia d’Ombrone. Un triste episodio, sconosciuto ai più. La donna, all’epoca appunto una bambina, è rimasta molto scossa: cinque vittime erano di Istia d’Ombrone. E così il figlio della donna – dopo aver letto un altro mio libro – mi ha chiesto di occuparmene. Ho preso tempo per conoscere la vicenda, per effettuare una ricerca con informazioni dettagliate. Dopodiché, ho accettato: tra l’altro, c’era l’opportunità anche di parlare di attività agricole, di poter ambientare il romanzo in un ambiente rurale, coniugando aspetti professionali di cui mi sono occupata».

E quando le margherite diventano rosse?

«Ho identificato gli undici ragazzi con delle margherite, un fiore bianco, simbolo di purezza “che divennero rosse”, simbolo invece del sangue. Ma c’è anche un richiamo al papavero rosso che rimanda alla mitologia».

Come è stato strutturato il lavoro?

«Parliamo di un romanzo storico in cui molti personaggi (la maggior parte) sono davvero esistiti, ci sono pochi personaggi di fantasia. La struttura è suddivisa per capitoli che seguono una cronologia che comincia con “Maiano Lavacchio, 1° ottobre 1943”, poi si segue una scansione temporale che arriva all’epilogo del 22 marzo 1944. Senza svelare molto, è una storia di quotidianità, della vita qui di questi ragazzi che hanno anche offerto il loro aiuto, per l’ospitalità, in campo agricolo. Ho inserito dei particolari sull’agricoltura, con un lessico preso in prestito dalla mia professione. Quindi può capitare di addentrarsi nella coltivazione della cipolla, della raccolta delle noci, nella viticoltura. Tutto rientra nel racconto di una quotidianità nella quale trova spazio anche qualche piccola storia d’amore».

Un protagonista collettivo – i ragazzi, le loro storie, il contesto – e sullo sfondo l’eccidio di Maiano Lavacchio di ottant’anni fa: quanto sono importanti incontri e celebrazioni come questi?

«La memoria è importantissima, soprattutto tramandare certi avvenimenti alle nuove generazioni. Momenti come questi servono molto ai giovani: mi hanno consigliato di portare il testo nelle scuole medie perché queste sono vicende rimaste sommerse per molto tempo ai più. E prima che mi chiedessero di scriverlo, io stessa non conoscevo questa storia…».

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