«Avevo una fissazione: un vino che si chiamasse Purosangue...»
Nell’idea del capostipite doveva essere soprattutto un buen retiro Oggi la tenuta è una delle aziende top del “distretto” del Morellino
tra i filari
lina senserini
La storia della famiglia Terenzi, in Maremma nasce nei primi Anni ’90, quando Florio Terenzi, marchigiano di origine ma milanese di adozione, dopo una vita da imprenditore (è il patron di Cosmoprof, il salone internazionale della profumeria e della cosmesi), decise di acquistare un casale sulle colline di Scansano. Allora la Maremma rappresentava la nuova frontiera del vino, dell’olio, delle tipicità e del turismo rurale, ma per Florio doveva essere soprattutto un luogo di vacanza e un buen retiro per gli anni futuri. Tuttavia, da imprenditore di razza con il fiuto per gli affari, ereditato dal padre Balbino, che si era inventato il business della distribuzione di gas per auto, aveva guardato anche al futuro dei tre figli, se fossero stati interessati al mondo del vino.
All’inizio vennero acquistati 12 ettari con olivi secolari e poche viti, intorno al grande casale, un edificio storico del comune di Scansano, nonché antico Magazzino del Sale, che oggi è la casa padronale. Poi sono stati aggiunti altri terreni dove sono stati impiantati i vigneti, introducendo novità come il Petit Manseng, un sofisticato vitigno a bacca bianca che in Maremma si trova solo nelle vigne Terenzi e, in Toscana, solo nella tenuta dell’Ornellaia.
Il primo a seguire Florio è stato il figlio Federico, un master in wine business a Trieste, poi presidente dell’Associazione dei Giovani imprenditori vinicoli italiani. Subito dopo anche Balbino, che oggi si occupa della produzione e della promozione, e Francesca Romana, che segue l’ospitalità, sono venuti in Maremma e si sono dedicati alla tenuta, trasformandola in una delle aziende di punta della zona del Morellino. «Quando mio padre è arrivato a Scansano – racconta Balbino Terenzi – il Morellino stava cominciando ad affacciarsi sul mercato dei vini di qualità. Abbiamo iniziato restaurando il casolare e impiantando i primi due ettari di vigna ai Salaioli e altri nove alla Crognoleta, vinificando poche bottiglie in una piccola cantina, che dopo la costruzione della nuova, è stata trasformata in frantoio. Lì, a partire dalla fine degli Anni ’90, abbiamo prodotto i primi vini, il Morellino e il Francesca Romana, il nostro “Super Tuscan”, un taglio bordolese di grande qualità su cui intendiamo puntare anche per il futuro. Nel 2001 abbiamo acquisito la proprietà di Montedonico, dove abbiamo costruito la cantina, impiantando altri 16 ettari di terreno. Successivamente abbiamo messo a dimora le viti in altri 18 ettari a Cerreto Piano e abbiamo ampliato le vigne a Crognoleta».
L’ultimo vigneto acquisito è stato quello di Madre Chiesa, quattro ettari di Sangiovese che «al tempo acquistammo per la necessità di avere un vigneto che fosse meno giovane e più maturo dei nostri – spiega Terenzi – e che permettesse di fare un Sangiovese Riserva con caratteristiche diverse del Morellino classico riserva che già avevamo in produzione. Quella zona e la qualità delle viti rispondevano esattamente al nostro progetto. L’omonimo Cru riserva che viene prodotto a Madre Chiesa dalla prima uscita nel 2011 e per sette anni consecutivi è stato premiato con i “tre bicchieri” del Gambero rosso». Nel 2005 è stata terminata la nuova cantina, il cuore dell’attività aziendale, su una superficie di 3mila metri quadrati, costruita in armonia con il paesaggio, senza rinunciare alle più moderne tecnologie per il rispetto dell’ambiente. Di fronte alla cantina è stato realizzato il wine shop e la sala degustazione mentre le vecchie strutture sulla collina sovrastante sono state trasformate in raffinati appartamenti destinati all’ospitalità.
Fin dall’inizio la produzione di vino è stata seguita da esperti enologi e, dal 2008, affidata a Beppe Caviola, che ha condiviso il progetto già esistente di lavorare sul Sangiovese in purezza, cercando di dargli caratteristiche di maggiore eleganza e finezza, nonché studiare blend che esaltassero le caratteristiche che il terroir trasferisce alle uve dell’azienda. «In quel periodo – racconta Balbino Terenzi – avevo una fissazione: un vino che si chiamasse “purosangue”, un nome in cui leggevo l’essenza e il cuore di questa terra, ovvero la purezza del Sangiovese, il richiamo al cavallo, la forza che questa etichetta avrebbe potuto dare al poco conosciuto Morellino Riserva». Da una ricerca è venuto fuori che il marchio apparteneva a una piccola proprietà americana nel Chianti, ma era in scadenza. Così è stata imbottigliata solo una piccola quantità, accompagnato da una elegante etichetta che riproduce una criniera al vento, su sfondo nero, con il nome in bianco, sottolineato da una linea rossa dello stesso colore del marchio Terenzi. Fu inizialmente venduto solo nel wine shop e andò subito a ruba. Il marchio che il precedente proprietario lasciò scadere venne registrato e oggi è diventato uno dei vini simbolo dell’azienda. Oggi le etichette Terenzi spaziano da due bianchi, Balbino e Montedonico, rispettivamente un Vermentino Doc Maremma e un Viognier Igt Toscana in purezza, a cinque rossi: il Morellino classico, il Bramaluce Doc Maremma, blend di Sangiovese e Syrah, Il Morellino Riserva Purosangue, Sangiovese in purezza, il blasonato Cru Madrechiesa e il “Super Tuscan” Francesca Romana. Infine viene prodotto in tiratura limitata un Petit Manseng passito, da piccoli appezzamenti di questo vitigno che saranno ampliati. –
