Il Tirreno

Grosseto

«Pistorius così non lo conoscevamo»

«Pistorius così non lo conoscevamo»

Giomi e Giannini ricordano il soggiorno maremmano dell’atleta condannato

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GROSSETO. Il Pistorius che piange di fronte a una condanna di cinque anni, chino in un’aula di tribunale, non è la stessa persona che nel 2010 ha salutato Grosseto. Quell’assassino capace di sparare cinque colpi di pistola contro la fidanzata non assomiglia neanche un po’ al ragazzo «dolce e generoso» che si allenava al campo Zauli.

Eppure... «Nella vita non sai mai cosa può succedere» dice Alfio Giomi, presidente Fidal, uno che Oscar Pistorius lo ha conosciuto bene nei suoi giorni maremmani. Il contrasto tra le due figure, il bravo ragazzo più forte del destino e il mostro che distrugge una vita in un attimo d’ira, è fortissima. I grossetani che lo hanno accompagnato nella sua preparazione fino al 2010 ancora stentano a farsene una ragione. «Il ricordo è bello, è il ricordo di un’amicizia – spiega il suo allenatore, Andrea Giannini – Ricordi che resteranno indelebili per tutta la vita». Il trainer però è il primo a dire che «cinque anni per un omicidio sono pochi», facendo eco alle polemiche che hanno seguito la lettura della condanna in Sud Africa. «Lui è bianco e ricco in un Paese pieno di contraddizioni» sospira.

È difficile da qua capire adesso chi sia quel ragazzo in giacca e cravatta che ascolta la sentenza, ma in ogni caso all’amico Pistorius, quello che si allenava insieme a lui, Giannini lancia un augurio: «deve espiare le sue colpe, poi spero possa costruirsi una nuova vita dignitosa». Era il 2009 e sulla terra rossa dello Zauli l’atleta paraolimpico sfrecciava sulle sue gambe in carbonio. Stabiliva tempi da record, preparava appuntamenti come le olimpiadi londinesi. «Questo è un posto molto tranquillo – diceva Pistorius alle televisioni - La gente è molto amichevole e le strutture sono ottime». Alla fine di quell’intervista, si era lasciato anche andare dicendo che «Grosseto è la mia seconda casa». Sembra passato un secolo. «Dal 2011, io non ho saputo più nulla di Oscar» spiega Giomi. Infatti, ad un certo punto, la sua esperienza maremmana si è interrotta bruscamente. «Erano le quattro e mezzo del mattino e mi scrisse un messaggio dicendomi che la mattina dopo doveva prendere l’aereo alle 8. Era molto strano, perché nessuno ne sapeva niente di questa partenza. Infatti era molto imbarazzato. Mi chiese come poteva fare e fui io ad accompagnarlo a Fiumicino. Da allora non l’ho più visto». Fu quello l’ultimo sguardo di saluto con una persona «generosa, di qualità» racconta Giomi.

All’epoca, un secolo fa, Pistorius ancora non conosceva Reeva Steenkamp, la modella uccisa il 14 febbraio 2013. «Non aveva fidanzate allora – ricorda Giannini – Era un ragazzo molto dolce, anche con le ragazze, in cui ricercava quella figura materna che gli era venuta a mancare quand’era ancora piccolo». No, quell’atleta «attento e professionale», come lo ricordano i due, non ha niente a che fare con l’assassino che ora farà cinque anni di carcere. O dieci mesi, a detta del suo avvocato. «Oscar era un appassionato di sport: si alzava alle 7 e andava a letto alle 22. Mai una volta che sia venuto a bere una birra con noi – continua Giannini – Al massimo, andavamo a giocare a baseball». È questo il Pistorius che ha vissuto e ha lasciato la Maremma, quattro anni fa. «In verità lui voleva tornare, o almeno così ci diceva – racconta il presidente Fidal - Gli piacevano gli impianti e si allenava bene: voleva continuare a preparare qua le sfide che lo attendevano».

Nessuno però si sarebbe aspettato che l’avversario più grande per il sudafricano era sé stesso. «Nella vita non puoi mai sapere, ma io non voglio esprimere alcun giudizio» tira corto Giomi. Giannini invece, che in quella casa di Pretoria dove si è consumato il dramma c’è stato, spera in una redenzione di quello che comunque ricorda come un amico. «Ricordo che quando ho letto la notizia mi è crollato il mondo addosso – sorride amaro oggi il trainer – deve pagare, poi riscostruirsi una vita. È il mio augurio». Tutti i suoi stati d’animo, Giannini li ha racchiusi in un articolo pubblicato sul suo sito. «Sarò folle, sarò egoista, ma io a questo ragazzo voglio ancora un po’ di bene» ammette in chiusura. Perché quel Pistorius, quello che gli è rimasto impresso nel cuore, in ogni caso, non è la stessa persona che piange in un tribunale.

Alfredo Faetti

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