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Morto dopo il fermo a Barcellona: la verità su Samuele Spinelli passa dalle immagini

di Redazione Firenze

	Samuele Spinelli
Samuele Spinelli

Sette uomini immobilizzano il 28enne fiorentino, poi l’iniezione praticata dai sanitari. La Procura di Roma apre un’indagine

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FIRENZE. Il film dura un’ora e sedici minuti. All’inizio Samuele Spinelli è a terra, a pancia in giù, con mani e piedi immobilizzati. Alla fine lo caricano su una barella dopo venti minuti di rianimazione. Tre giorni più tardi morirà all’Hospital del Mar di Barcellona. È dentro quelle immagini che la procura di Roma cerca ora la vera causa della morte, mentre la famiglia indica lividi, graffi e gonfiore che ne avevano reso il volto irriconoscibile.

Il fascicolo dei pm della capitale è contro ignoti. Un procedimento risulta avviato anche in Spagna dopo la denuncia dei genitori, assistiti dall’avvocato Diego Capano. Restano da chiarire il ruolo del contenimento, della sostanza rilevata nel sangue e del sedativo somministrato dai sanitari. Due le autopsie, eseguite a Barcellona e a Firenze. Gli esiti non sono ancora noti.

A Barcellona per un videoclip

Samuele arriva in Catalogna il 27 maggio. Nato nel 1998 e cresciuto al Galluzzo, ha lavorato come maggiordomo in residenze di lusso a Londra e negli Emirati, poi ha gestito ville di pregio a Firenze. La musica rap era il progetto inseguito con il nome di Squalo. Secondo i familiari era a Barcellona per registrare un videoclip e sarebbe dovuto rientrare il 4 giugno.

Il 29 maggio

Il 29 maggio trascorre alcune ore al mare. Sente la madre e appare tranquillo. Poi il vuoto, fino alle 18.30. Le telecamere di un grande negozio lo riprendono mentre entra correndo. È confuso e agitato. Poco dopo compaiono due donne e un uomo in abiti civili, quindi tre addetti alla vigilanza privata. Samuele gira tra gli stand, cerca di divincolarsi e viene condotto in uno stanzino videosorvegliato.

Qui comincia il contenimento. Sette persone tra vigilantes, uomini in borghese e agenti in divisa lo tengono prono. Alcuni esercitano pressione con il corpo, altri gli bloccano gli arti con quelle che il legale descrive come fascette. Il cugino Piter Rossi sostiene che i Mossos d’Esquadra arrivino dieci o dodici minuti dopo. «Nessuno avrebbe retto una pressione come quella», dice.

La febbre alta poi la tragedia

Dopo poco più di mezz’ora entrano i sanitari. Capano riferisce che a Samuele viene iniettato midazolam per un contenimento farmacologico. Poco dopo il giovane va in arresto cardiaco. Le fascette vengono tolte, il corpo girato sulla schiena, cominciano massaggio cardiaco e ventilazione assistita. In ospedale arriva con febbre alta e in coma. Il primo giugno i medici ne dichiarano la morte per cedimento multiorganico. Nel sangue trovano tracce di metanfetamina e formulano l’ipotesi dell’overdose. Il dosaggio non è stato reso pubblico.

«Era pieno di lividi e graffi, era gonfio. Non l’ho riconosciuto», racconta Piter, che riferisce segni sulla schiena e sui polsi ed escoriazioni sotto il mento. La famiglia sostiene che Samuele non facesse uso di droghe e ricorda gli esami medici eseguiti a marzo. Il cugino afferma anche che l’autopsia spagnola avrebbe rilevato tracce di violenza, un dato che attende conferma negli atti.

Alle 19 di oggi (giovedì 30 luglio) la vicenda non compariva ancora nelle edizioni online dei maggiori media catalani e spagnoli. Non risultano comunicati pubblici dei Mossos o del servizio sanitario catalano.

I funerali al Galluzzo

Al Galluzzo, tre giorni fa, un corteo di moto ha accompagnato Samuele alla chiesa di San Giuseppe. Sulla bara gli amici hanno scritto il nome con cui lo chiamavano: Squalo.

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