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Travaglio non diffamò Renzi. La Corte d’appello ribalta la sentenza: ora il senatore deve restituire i soldi al direttore del Fatto

di Redazione Firenze
Travaglio non diffamò Renzi. La Corte d’appello ribalta la sentenza: ora il senatore deve restituire i soldi al direttore del Fatto

I giudici assolvono Il Fatto Quotidiano e il suo direttore: nessuna notizia falsa, solo satira e dissenso politico. Cade la condanna del 2023 fondata sull’uso del nomignolo “bullo”, il leader politico fiorentino dovrà restituire i 98mila euro incassati in primo grado

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FIRENZE Alla fine, in questa lunga partita a ping-pong tra giornalismo militante e tribunali, la pallina è tornata nel campo di Matteo Renzi. La Corte d’Appello di Firenze ha ribaltato la sentenza di primo grado che nell’ottobre 2023 aveva condannato Marco Travaglio e la Società Editoriale Il Fatto Quotidiano a un maxi risarcimento per diffamazione. Non solo: l’appello incidentale dell’ex premier è stato respinto e Renzi dovrà restituire 98.021,65 euro già incassati, più interessi, oltre a farsi carico delle spese legali di entrambi i gradi di giudizio, per oltre 122mila euro complessivi.

Ma è la motivazione a rendere la decisione politicamente – e culturalmente – interessante. Per i giudici, tutti gli articoli contestati da Renzi sono «pacificamente espressione di critica politica», anche quando assumono la forma della satira, e soprattutto non contengono mai l’allegazione di fatti falsi. È su questo punto che la sentenza di secondo grado smonta l’impianto del tribunale di Firenze, che nel 2023 aveva visto negli editoriali, nei titoli di prima pagina e nel linguaggio adottato dal quotidiano una lesione dell’onore personale del senatore.

Il cuore della vicenda non era una ricostruzione fattuale sbagliata né una notizia inventata, ma una parola. Anzi, un nomignolo: “bullo”. Su quello, nel 2023, il tribunale di Firenze aveva costruito la condanna, ritenendo che l’uso sistematico dell’epiteto – elevato a etichetta ricorrente e identitaria – travalicasse la critica politica per trasformarsi in un’aggressione alla reputazione personale del senatore. Una diffamazione civile, aggravata dal mezzo della stampa, consumata tra titoli, editoriali e prime pagine.

Nessun carattere illecito, invece, negli epiteti più discussi, secondo la Corte d’appello. L’uso reiterato del termine “bullo” è considerato una legittima manifestazione del diritto di critica; le metafore zoologiche – dal “mollusco di Rignano” a “Matteo la cozza” – sono lette come strumenti volutamente satirici, pungenti ma non distruttivi, funzionali all’espressione di un dissenso politico e non a un’aggressione gratuita della reputazione. Congegnati più per codificare un pubblico (e dunque lo stile del Fatto) che per qualificare Renzi. Anche la presunta “campagna diffamatoria” legata ai casi Consip e Open evapora: si tratta, scrive la Corte, di vicende di indubbio interesse pubblico, nelle quali non si insinua mai un coinvolgimento penale di Renzi, ma si richiamano contesti e relazioni.

Certo, ammettono i giudici, i toni del giornale sono duri, dissacratori, spesso sopra le righe: è la cifra stilistica del Fatto e del suo direttore. Ma proprio questo rientra nella libertà di informazione garantita dalla Costituzione e dalla Cedu, che per essere effettiva ha bisogno anche di pluralismo e di linguaggi non addomesticati. Con il risultato che questa causa civile, a tratti, ha finito per assomigliare a una contesa fra rapper: dissing e contro-dissing, colpi bassi e rime velenose, solo che invece del palco c’era l’aula di tribunale. E questa volta, almeno, i giudici hanno deciso che era polemica politica, non diffamazione.

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