Il Tirreno

Piccone, il fulmine gialloblù

di Paolo Federighi
Piccone, il fulmine gialloblù

Tiro mortifero e velocità: così il piccolo grande abruzzese supera il limite dell’altezza Steph Curry è l’idolo, Kobe l’esempio: la sua bomba con Vigevano è nella storia del Golfo

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PIOMBINO. «Chiedo scusa ai tifosi per la sconfitta ad Omegna». L’educazione e la sincerità contraddistinguono Fabrizio Piccone, play/guardia del Basket Golfo Piombino. Quasi 25 anni, un cane di nome KD (iniziali del cestista Kevin Durant) e i modi di un ragazzo maturo. Per altri versi, invece, sembra un bambino: istintivo, dice ciò che gli viene, non ci pensa troppo. Nato il 13 agosto 1998 a Lanciano, in provincia di Chieti, Fabrizio è cresciuto in una famiglia di studiosi. Sua sorella Michela, di 28 anni, fa la maestra; suo padre Massimo, di 60, è professore di tecnologia informatica ed ha un’azienda di fotovoltaici; sua madre Dina, di 59, è professoressa di psicologia ed ha il suo studio professionale. Gli abruzzesi, si sa, hanno la scorza dura. E Fabrizio, che ora è alto solo 1, 79 metri per 75 kg, già in tenera età non era esattamente uno spilungone; nonostante ciò decise di giocare a basket, la sua passione. Sport in cui, se non si è alti, si deve puntare su altre caratteristiche. E lui l’ha fatto: velocità, gran tiro e rapidità di esecuzione. Quella con cui a Vigevano ha scagliato un dardo da 9 metri lasciando immobile il difensore (di 20 centimetri più alto) e bruciando la retina. Fidanzato da sei anni con Silvia, ha già un po’di strada alle spalle. Ha debuttato in C ad Ortona a 15 anni e a 16 è andato in B a Montegranaro. Poi due anni a Porto Sant’Elpidio in B e uno a San Severo, con cui ha disputato la finale playoff per la serie A2. L’anno dopo è stato a Giulianova (12 punti di media col 40% da 3) e nel 2020-21 in A2 a Latina (14 minuti con 5, 6 punti). L’anno scorso era a Vicenza in B (12 punti in 28 minuti di media), dove ha raggiunto i quarti dei playoff.
Chi è il suo idolo?
«Stephen Curry. Il miglior tiratore della storia e l’uomo che ha cambiato il basket in questi anni. Conosco ogni suo singolo gesto in campo».
Chi l’ha più ispirata?
«Da piccolo, Kobe Bryant. Per il resto, ho sempre cercato di essere me stesso».
Quali sono le sue passioni?
«Leggere libri sul basket, il fitness, i cani».
L’allenatore con cui si è trovato meglio?
«Sono due: Damiano Cagnazzo e Franco Gramenzi di Latina. Entrambi mi hanno fatto vivere anni bellissimi. Con Damiano non parli solo di basket, ma di qualsiasi cosa. Gramenzi mi ha insegnato tante cose, tra cui molti trucchi che tuttora metto in pratica».
Come si trova a Piombino?
«Bene. È una città bella e tranquilla, e c’è il mare. C’è anche una certa cultura del basket, molti mi riconoscono per strada. Piombino, poi, è vicina a Firenze, dove lavora la mia ragazza».
Cosa è per lei il basket?
«Odio e amore. Una passione indescrivibile, specie d’estate quando gioco con gli amici ad Ortona, nel tratto di mare più bello dell’Abruzzo. È odio quando ho aspettative che non riesco a soddisfare e mi faccio mille domande, non mi do pace. Il basket, per me, è stato legato per anni ad un mio limite mentale: l’altezza. Col tempo ho scoperto i miei punti di forza, che sono soprattutto tecnici e di velocità. Mi alleno ogni giorno, provando sempre nuovi possibili tiri».
Studia?
«A luglio mi laurererò in Economia e Commercio con una tesi dal titolo “Strategie di marketing: il caso Nba”. È giusto avere un piano B, perché prima o poi uno smette di giocare e deve costruirsi un futuro. Mi piacerebbe restare in quest’ambiente, magari come general manager».
Ci parli di quel canestro da 9 metri a vigevano, già nella storia del basket piombinese.
«Pedroni mi ha passato la palla. Ho spento il cervello e ho fatto come al campetto con gli amici, con l’obiettivo di chiudere la partita. Quando la palla è uscita dalle mani, sapevo che sarebbe entrata».
Spesso fa arrabbiare coach Cagnazzo, vero?
«Sì (dice ridendo, nda). Molto. A volte perché mi manca la cattiveria agonistica; poi perché, essendo istintivo, alterno belle cose ad altre orribili. E lì mi prendo le sgridate di Damiano, che però mi spingono a migliorare».
Oltre 16 punti di media, grandi percentuali, 31 minuti in campo: è la sua miglior stagione?
«Sì. Damiano mi chiede di fare ciò che è nelle mie corde, mi ha dato e ci ha dato fiducia, creando tanta coesione tra di noi».
Alcuni, nel Golfo, puntano ad un’altra opportunità in A2. Ma averla in gialloblù è proprio impossibile?
«Anch’io punto a rigiocare in A2. E credo possibile andarci con Piombino. Prima dobbiamo battere Oleggio e Gallarate per arrivare quarti. Riuscendoci, ci toccherebbe Orzinuovi, squadra fortissima. Tuttavia lo credo possibile. Le partite vanno giocate, e ogni gara parte da 0-0».
Che spavento dopo il ko ad Omegna, vero? Che vi è successo nella seconda metà di gara?
«Ci siamo spenti. Nei primi 20 minuti tutto ok. Poi, nella difficoltà, ci siamo disuniti. Io mi sentivo pesante sulle gambe. Ci siamo rimasti male. Il giorno dopo abbiamo tifato Libertas. Io e Venucci siamo andati pure a vedere la partita a Livorno e dopo abbiamo cenato fuori. Ora tocca a noi. Oleggio e Gallarate stanno lottando per i play-in: dovremo giocare col coltello fra i denti». 
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