Il Tirreno

Paganelli lascia Armunia è un addio al veleno: «Qui non lavorerò più»

Federica Lessi
Massimo Paganelli sta per chiudere il suo lavoro a Armunia
Massimo Paganelli sta per chiudere il suo lavoro a Armunia

Il direttore annuncia le dimissioni e si toglie molti sassolini dalla scarpa. Attacchi a Franchi e Nenci

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CASTIGLIONCELLO. Ancora poco e le dimissioni di Massimo Paganelli arriveranno sulla scrivania del sindaco. Gli ultimi conteggi consentiranno al direttore di Armunia di rifare i calcoli per la pensione da dipendente del Comune di Rosignano, che inizia ufficialmente a gennaio, per andarsene prima possibile. In ogni caso Paganelli non dirigerà il festival estivo e lascerà Armunia senza avere altri incarichi.

Non solo perché non gli sono stati proposti - e probabilmente non lo saranno, dati i rapporti non idilliaci con il presidente - ma perché «ho fatto il mio tempo», dice con un'espressione che suona improbabile, smentita da una tempra battagliera. Ormai però la nomina di un nuovo direttore pare assodata e la dichiarazione di Paganelli di lasciare Armunia prima di "Inequilibrio", che ha diretto per 12 anni ricevendo 4 premi nazionali, ha il sapore della scelta estrema, per evitare di vedere snaturato il progetto di una vita.  

Possibile che se ne vada prima della pensione?
«Controllo i calcoli e mi assicuro che ci siano le condizioni per andare via senza rimetterci, solo allora spedirò la mia lettera di dimissioni». 

Perché non resta fino a dicembre? «L'accordo con Franchi era questo, ma ho 186 giorni di ferie da recuperare e vorrei andarmene prima della nomina del nuovo direttore».  

Perché?
«Ho fatto il mio tempo, a giugno avrò 64 anni e mezzo. Soprattutto non ci sono più le condizioni per andare avanti. Ho fatto il mio percorso in Armunia, che racconto all'Università e dove mi chiamano. Ora bisogna che il seme marcisca perché nasca un nuovo frutto».  

Quindi cosa farà?
«Starò un po' fermo per dedicarmi a me e capire se posso fare qualcosa, ma non lavorare potrebbe anche piacermi».

Ci crediamo poco. Pensa a qualche incarico di consulenza, magari regionale tipo Fondazione Toscana Spettacolo, la cui presidenza scade a dicembre? «Vista la mia esperienza potrei occuparmi di programmazione e di relazioni nel teatro ma non qui. Anche se mi proponessero un incarico lo rifiuterei, perché si è esaurita la spinta propulsiva».

Per il suo posto si fanno già i nomi di Alessio Pizzech, Caterina Bellucci e Marco Leone, chi le sembra più adatto? «Sono tre persone che stimo. Se fosse uno di loro o tutti e tre insieme li guarderò».  

Che prospettive ha Armunia?
«Buone, anche se non ho mai partecipato a discussioni sul futuro dell'ente. Nessuno mi ha mai chiamato per Armunia, mentre vado a dare pareri a Roma e a Firenze».  

Dissapori col primo cittadino di Rosignano?
«Il Comune di Rosignano devo solo ringraziarlo, e i sindaci come Giuseppe Danesin e Gianfranco Simoncini».  

Con Alessandro Nenci e Franchi le cose sono andate diversamente.
«Dicono che Armunia deve essere cambiata da quando è nata, nel 1996. Ma nessuno ha mai detto come e l'ha cambiata davvero. Nel frattempo abbiamo vinto premi nazionali, di cui l'Ubu arrivato quest'anno, che è il più prestigioso».  

L'impressione è che sia costato tanto denaro pubblico, forse troppo per il bilancio dell'ente.
«Il bilancio non è mai stato passivo per questo, ci sono stati ritardi nell'erogazione dei finanziamenti da parte dei soci e interessi passivi da pagare per i prestiti alle banche».
Ci sarà stato anche qualche difetto suo, non crede?
«Come direttore artistico ho sempre scelto gli artisti di cui condividevo la poetica. Il teatro, contrariamente allo spettacolo che è hic et nunc, deve promuovere il pensiero e perciò essere finanziato col denaro pubblico». 

Molti criticavano la proposta "di nicchia". «Ma cosa vuol dire? Solo la televisione è per tutti. L'elitarismo dipende dalla cultura di una comunità. La scommessa non è portare tutti a teatro, ma innalzare il livello di un territorio, dalle scuole alle biblioteche. In questi anni Armunia ha avuto una pioggia di finanziamenti per la ricerca da Ministero, Regione, Comunità Europea, e i progetti realizzati ci hanno premiato».

Il territorio non ha avuto le ricadute che sperava. «Salvaguardare l'orticello è la politica della Lega. E' inutile pensare di preservare la Val di Cecina, qui ci si confronta con il resto del mondo. Penso di aver dato un servizio al territorio in cui sono nato aprendo lo sguardo a 360 gradi, portando un'identità diversa dall'immagine del paese con la Solvay, più vicina all'idea di ospitalità di Diego Martelli».

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