Il Tirreno

L'indiscrezione

John...travolto: Elkann e la voglia di vendere la Juventus indebolita da debiti e scelte sbagliate

di Giorgio Billeri
John Elkann
John Elkann

Exor smentisce ma ai grandi fondi potrebbe far gola il gioiello di famiglia

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«Pronto Michel? È sveglio?». Povero Platini: magari, spirito bohemien tutto francese, era andato a letto da tre ore ma alle sei, se giocavi nella Juve e ne eri il nume tutelare in campo, dovevi sapere che l’Avvocato Gianni Agnelli voleva sapere tutto prima che sorgesse il sole.


Sussurri di spogliatoio e grida del campo. Juventus in vendita: l’indiscrezione scuote il mondo del calcio e sveglierebbe di soprassalto anche l’indolente Michel. «Tardelli, le offro cinque milioni all’anno in più, ma si tagli quei capelli», sibilava con quel sorrisetto stretto, piemontese un pizzico falso e cortese, Giampiero Boniperti, unico depositario della fiducia della Real Casa dal 1971 al 1990. Uno che si permetteva di dare un simpatico buffetto all’inviata tv che lo tampinava: «Vede ragazza, il calcio è bello: peccato c’è la partita». Chissà cosa ne penserebbe lui, l’elegante novarese: potrebbero vendere il club al quale ha dedicato la vita.

 

Questione di famiglia, la Juventus: dal 1923. Nessun club al mondo ha avuto un’azionista di riferimento così longevo, una simbiosi naturale, indiscutibile. Dalla paglietta di Edoardo, padre di Gianni, che un secolo esatto fa si prese la presidenza (e oltre ai cinque scudetti consecutivi in era fascista fu il primo a installare l’illuminazione artificiale sul campo di Corso Marsiglia), all’orologio sul polsino dell’Avvocato, che nella prima sgambata di Villar Perosa sedeva in panchina per farsi spiegare la tattica (ma non l’ha mai suggerita come Berlusconi), fino all’algida cortesia di Umberto e al gusto del rischio, a volte eccessivo, del figlio Andrea, rimasto stritolato dai bilanci in rosso, dai sogni esagerati, dalle scelte non sempre felici, ultima la Superlega. In mezzo Vittorio Cairotti di Chiusano e Franzo Grande Stevens, gli avvocati di famiglia.

 

Dalla paglietta all’astronave dello Stadium, da Mumo Orsi tanghero argentino della Juve del Ventennio a Cristiano Ronaldo la sabbia ha consumato decine di clessidre: in mezzo 36 scudetti veri e due revocati, trionfi e drammi, Calciopoli e Heysel, il genio di Baggio e Del Piero, le circensi acrobazie di Bettega, i ricami di Causio, il profilo friulano di Zoff e Capello. L’amore cieco di mezza Italia e l’odio assoluto dell’altra metà, Signora e gobba, bellissima e ladra, dominante e antipatica. Juve, pugnale che taglia l’Italia a metà. Il solo club a conduzione familiare d’Europa: prendete le prime otto della Champions, troverete arabi e americani, fondi e holding senza volto. Conoscete il nome del proprietario del City, del Chelsea, dell’Arsenal? Recitereste a memoria la composizione del board di Psg e Bayern? E in Italia, da Berlusconi e Moratti a Cardinale e Zhang, colossi stranieri si sono ingoiati la Madunina, la linea del Piave ha ceduto anche per Roma, Fiorentina e Bologna. Restano Lotito e De Laurentiis, due Gronchi rosa, e poi c’è la Juve, un tempo sotto il cappello Fiat e oggi di Exor, ma sempre con la erre moscia degli eredi della casata Agnelli.

 

Per quanto ancora? Le indiscrezioni parlano senza mezzi termini di club in vendita a un miliardo e mezzo, dopo che la situazione finanziaria sarà ripulita e resa meno drammatica. John Elkann, che non ha orologi sui polsini e il carisma del nonno, ha però capito che la Juve non è più un asset redditizio, che i disavanzi di bilancio, nel calcio di oggi, diventano strutturali e ogni anno non si può mettere mano alla cassaforte per non finire sott’acqua. Senza gli introiti Champions, senza visibilità europea, con il monte ingaggi tagliato del 30% tenere il passo degli americani e degli arabi dal portafoglio dove non tramonta il sole è impossibile. E l’idea, come la goccia che scava la pietra, si fa largo giorno dopo giorno. Facendo l’occhiolino agli sceicchi o a Wall Street, qualcuno potrebbe mettere le mani sulla storia bianconera. Sulla paglietta di Edoardo, le telefonate all’alba di Gianni e le punizioni all’incrocio di Platini. Perché il calcio, piaccia o no, è borsa e business, merchandising e diritti tv: il cuore dalla parte del portafoglio. I calciatori dormano tranquilli: nessuno li sveglierà più alle sei del mattino. Ahinoi.

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