Alberto ’Nappita’ Bertuccelli, il terzino che anticipò Cabrini
Viareggino, classe 1924, è stato uno dei primi fluidificanti della storia del calcio Esordì in azzurro nel 1949 contro l’Austria ma un infortunio gli negò i Mondiali
Proseguiamo la storia dei giocatori versiliesi che hanno vestito la maglia della nazionale. Dopo Aldo Olivieri, oggi è la volta di Alberto Bertuccelli.
Massimo guidi
Viola, Bertuccelli, Manente… Una filastrocca che i ragazzini degli anni Cinquanta del secolo scorso recitavano con orgoglio. Viola, Bertuccelli, Manente poi Mari, Parola, il re delle rovesciate e Piccinini, il padre di Sandro, giornalista di Mediaset. Poi il guizzante Muccinelli, l’elegante Martino, il mito Boniperti, il super bomber John Hansen e Praest: il quintetto d’attacco che fa volare la Juventus che al termine della stagione 1949/1950 torna a fregiarsi del titolo di campione d’Italia dopo 15 anni. Una squadra unanimemente riconosciuta la migliore Juventus degli anni Cinquanta.
E in quella squadra il viareggino Alberto Bertuccelli era arrivato un po’ a sorpresa proprio nell’estate del 1949, ereditando la maglia “numero due” del totem Alfredo Foni. Già perché “Nappita”, come viene chiamato a Viareggio per il suo naso prominente, doveva andare al Torino che il presidentissimo Ferruccio Novo stava cercando di ricostruire dopo il disastro di Superga. Ma qualcosa nella trattativa tra la società granata e la Lucchese si inceppa e allora ecco che la Vecchia Signora batte sul tempo la concorrenza e porta a casa il giocatore viareggino in cambio di un altro giocatore salmastroso: Araldo Caprili.
Quando veste il bianconero Alberto vanta già due campionati in serie A con i rossoneri del presidente Della Santina dove lo ha portato il suo maestro Aldo Olivieri, il leggendario “gatto magico” campione del mondo del 1938, che lo aveva lanciato nel Viareggio nel primo campionato del dopoguerra di serie C. Diventa subito un beniamino del Porta Elisa per la “garra” che mette sul terreno di gioco e per la velocità che unita ad una buona tecnica di base gli consentono di proporsi anche in fase di costruzione dell’azione. Insomma uno dei primi terzini fluidificanti della storia del nostro calcio - alla Cabrini, si sarebbe detto in seguito - in un’epoca dove i difensori raramente si avventuravano nella metà campo nemica. Un nuovo modo di interpretare il ruolo che aveva suscitato l’interesse anche dei tecnici della Nazionale che lo vestono d’azzurro quando ancora gioca nella Lucchese. L’esordio è datato 22 maggio 1949, a Firenze contro l’Austria. Una partita per certi versi ricca di significato perché è la prima disputata dagli azzurri dopo la tragedia di Superga. E’ la prima delle sei gare che il giocatore viareggino giocherà con la massima rappresentativa nazionale.
Nella primavera del 1950 è tra i convocati per il ritiro in vista dei mondiali che si disputeranno in Brasile. Ma un problema di natura fisica lo costringe a dare forfait e questa mancata partecipazione al mondiale resterà uno dei crucci di una carriera che si chiude nel 1955, a 31 anni, vestendo la maglia della Roma. Una stagione peraltro tormentata da infortuni che lo vedono poche volte in campo.
Appese le scarpe al chiodo torna a Viareggio dove nel tempo libero si cimenta in accanite partite di tennis dove dà del filo da torcere a tutti come faceva sui campi di calcio. A proposito alla domanda di quale fosse stato l’avversario che l’aveva fatto soffrire di più rispondeva senza esitazione: Giorgio Barsanti. —
(2 - continua)
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