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Versilia

L’emergenza

Versilia, picchia e minaccia un infermiere al Pronto soccorso: arrestato

di Matteo Tuccini

	L'esterno del pronto soccorso
L'esterno del pronto soccorso

Fials e Uil lanciano l’allarme dopo l’ennesima aggressione: «Servono più garanzie per la sicurezza degli operatori». E chiedono di verificare l’efficacia delle Case della comunità

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CAMAIORE. L’ennesima notte ad alta tensione al Pronto soccorso dell’ospedale Versilia. Dove stavolta è toccato a un infermiere essere aggredito, colpito con un pugno a tradimento e poi minacciato da un paziente. Che è stato arrestato dai carabinieri.

L’episodio

L’episodio è avvenuto tra mercoledì e giovedì 13 agosto: l’uomo, uno straniero di origine nordafricana, era arrivato al Pronto soccorso in stato di forte alterazione. Quasi certamente dovuto a un abuso di sostanze. Una volta disteso sulla barella, ha cominciato a dare in escandescenze: nonostante la sua scarsa lucidità, ha mirato bene la schiena dell’infermiere che lo stava assistendo in quel momento, assestandogli un pugno con tutta la sua forza. Poi ha continuato a inveire contro di lui e il personale, con l’intervento della guardia giurata e successivamente delle forze dell’ordine. Una volta arrivati sul posto, i carabinieri hanno preso in consegna l’uomo e lo hanno portato in caserma.

L’allarme delle sigle

«A fronte di questo ulteriore episodio di violenza – dice Daniele Soddu, segretario provinciale del sindacato Fials – torniamo a chiedere l’intervento del prefetto e la disponibilità a prevedere un posto fisso di polizia aperto 24 ore su 24. Con maggiori garanzie per la sicurezza degli operatori».

Sul Pronto soccorso, e sulla necessità di dare maggiore supporto al personale, interviene anche la Uil fp Lucca: «7.674 accessi nel solo mese di luglio – dicono Pietro Casciani e Fausto Delli del sindacato Uil – rappresentano un numero importante e impongono una riflessione non soltanto sull’organizzazione dell’emergenza-urgenza, ma soprattutto sul funzionamento della sanità territoriale. Da tempo assistiamo all’inaugurazione di Case della comunità, Centri e nuove strutture territoriali, presentate come uno degli strumenti principali per avvicinare la sanità ai cittadini e ridurre il ricorso improprio agli ospedali e ai Pronto soccorso. Ma la domanda che poniamo è molto semplice: queste strutture stanno effettivamente dando un contributo concreto al sistema? Secondo noi, ad oggi la risposta è no, o comunque non nella misura necessaria. La prima questione riguarda il ruolo dei medici di famiglia. Sono realmente coinvolti nell’organizzazione e nel funzionamento delle Case della comunità? Partecipano attivamente e a 360 gradi al nuovo modello di assistenza territoriale?».

Per la Uil «questo è un punto decisivo. Il medico di famiglia rappresenta uno dei cardini dell’assistenza territoriale e pensare di costruire un nuovo modello di sanità di prossimità senza un loro pieno coinvolgimento rischia di condannare queste strutture al fallimento».

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