Il Tirreno

Versilia

La tragedia

Massarosa, muore il partigiano Elio Checchi in un tragico incidente col trattore

di Matteo Rossi e Matteo Tuccini

	Elio Checchi festeggiato dall’amministrazione per i suoi 102 anni
Elio Checchi festeggiato dall’amministrazione per i suoi 102 anni

Aveva 102 anni, era uno degli ultimi testimoni della Resistenza. Stava andando verso l’oliveto quando il mezzo si è ribaltato

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MASSAROSA. La comunità di Massarosa è in lutto per la scomparsa di un pezzo della sua memoria storica: ieri sera è morto l’ex partigiano Elio Checchi. Gli è stato fatale un incidente con il trattore in località Cagliana: a 102 anni quest’uomo dalla fibra impressionante, che aveva combattuto per la Liberazione e che era uno degli ultimi testimoni della Resistenza versiliese, era salito sul mezzo agricolo per andare sull’oliveto in cima al colle. Ma il trattore si è ribaltato e lui è rimasto schiacciato.

L’incidente

A dare l’allarme, intorno alle 19,30, è stato un uomo che ogni tanto dava una mano a Elio Checchi nel lavoro nei campi. Dopo averlo cercato a lungo, si è accorto di cosa era successo e ha chiamato i soccorsi. Sono intervenuti il 118 e i vigili del fuoco per liberare il corpo di Checchi rimasto sotto il trattore. Una tragedia che colpisce la comunità, con la scomparsa di uno dei suoi simboli più amati. Tra l’altro pochi giorni fa, per il 25 aprile, Checchi ha ricevuto la sua tessera Anpi. È stata l’ultima.

Il ricordo

A dicembre Elio aveva soffiato sulle candeline per i suoi 102 anni, venendo celebrato anche dall’amministrazione comunale. Una bella festa, aveva detto la figlia Marilena: «Babbo sta molto bene, anzi è un po’ arrabbiato perché quest’anno non gli hanno rinnovato la patente, ma continua ad andare a coltivare i campi ogni giorno». Era conosciuto sì per le sue verdure, tanto amate dai compaesani, ma anche perché rimaneva una delle poche testimonianze della Resistenza durante la Seconda guerra mondiale. Il partigiano Checchi faceva parte della brigata Julia e aveva partecipato alla battaglia di Borgo Val di Taro (Parma), dove aveva combattuto per nove mesi, durante i quali scampò più volte alla morte. I nazisti lo avevano catturato e costretto a marciare senza sosta di giorno e di notte, ma alla fine era riuscito a fuggire e a salvarsi. Nel cimitero di Borgo Val di Taro c’è una lapide che commemora più di 300 morti, molti dei quali erano suoi amici. «Ho visto un compagno morire a due metri da me per mano di un soldato tedesco. Io ero mitragliere e con una raffica sono riuscito a uccidere il tedesco - raccontava - rifarei tutto, perché senza le nostre battaglie non avremmo raggiunto la libertà di cui oggi possiamo godere». Aveva sempre espresso il desiderio che i più giovani conoscessero i sacrifici fatti, anche al prezzo di vite umane, per avere tutto quello che c’è oggi. E fino all’ultimo ha rappresentato, con la sua dignità di coltivatore dei campi, il manifesto del coraggio e del senso del dovere.

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