L’incidente
In Toscana quasi una pensione per ogni occupato: a mantenere il sistema sono gli "over 50"
Sempre meno lavoratori rispettop a chi è a riposo: il ricambio generale non sembra ingranare. Come si inverte la tendenza?
«Abbiamo una pensione per ogni occupato», titola l’ufficio studi della Confederazione degli artigiani (Cgia) di Mestre il suo ultimo rapporto. Che potrebbe apparire come una promessa per i lavoratori preoccupati per il proprio futuro mentre rappresenta l’esatto contrario: è un punto critico nel grafico che descrive il rapporto tra occupati ed ex occupati. Un grafico che vede la Toscana dalla parte giusta della curva, almeno; almeno per ora.
La storica organizzazione di categoria e sindacale che rappresenta e tutela gli artigiani, i lavoratori autonomi e i piccoli imprenditori, punto di riferimento a livello nazionale per le sue ricerche economiche, fiscali e statistiche, comincia facendo un piccolo passo indietro.
Nel 2025 avevamo 24,1 milioni di occupati e abbiamo pagato quasi 23,2 milioni di pensioni: un rapporto ormai di uno a uno. Negli anni Ottanta, invece, questo rapporto era di tre a uno. Il calo delle nascite e l’aumento dell’aspettativa di vita che si sono verificati negli ultimi cinquant’anni hanno spinto l’Italia – e gran parte dei Paesi occidentali – verso un declino demografico preoccupante, con conseguenze inevitabili anche per il mondo del lavoro.
In questo contesto non sorprende purtroppo che la situazione più critica si verifichi nel Mezzogiorno dall’elevata diffusione di trattamenti assistenziali e di invalidità e con la presenza di tantissimi lavoratori irregolari e di un tasso di occupazione tra i più bassi dell’Unione europea: Lecce, Reggio Calabria e Taranto le realtà più in difficoltà. Ma il disequilibrio si registra anche nel Nord più economicamente sviluppato, in particolare in undici province dove, al pari della quasi totalità di quelle meridionali (tutto il Mezzogiorno ha più pensioni che occupati), le pensioni erogate sono in numero superiore a quello dei lavoratori attivi. Tra cui Massa-Carrara, maglia nera della Toscana.
Con tanti pensionati e pochi giovani, anche le imprese sono in difficoltà. Reperire sul mercato del lavoro figure professionali altamente specializzate, lo abbiamo detto, è ormai diventata un’impresa quasi impossibile. Nel 2024 la regione che presentava l’indice percentuale degli over 50 sul totale dei dipendenti privati più elevato era il Friuli Venezia Giulia con 35,7. Significa che ogni 100 dipendenti 35 hanno oltre 50 anni. Seguono la Liguria con 35,6, la Basilicata con 35,1, la Toscana con il 34,5, Piemonte e Molise entrambe con 34,3. Il dato medio nazionale era al 32,7.
La Toscana è quindi al settimo posto tra le regioni italiane per domanda di sostituzione 2025-2029 con 252.000 lavoratori di cui 140.400 dipendenti privati, che incidono sul totale per il 55,7 per cento. Significativa anche la classifica di città metropolitane e province che mette a confronto pensionati e occupati nel 2025. Nell’insieme, quindi, la Toscana (1.486.891 pensionati a fronte di 1.668.431 occupati con un saldo positivo di 181.540 unità) è la quinta regione in Italia.
La somma di questi due posizionamenti ci dice quindi che la regione è virtuosa, avendo solide basi di partenza sulle quali si è costruita una buona politica, ma non è certo esente dalla tendenza al degiovanimento della forza lavoro né dalla trappola demografica. Sconsigliato quindi dormire sugli allori.
La Cgia fa poi un passo nel futuro prossimo. Le previsioni indicano che, tra il 2025 e il 2029, usciranno dal mercato del lavoro tre milioni di italiani. Il 74 per cento circa, cioè 2.244.700 persone, nelle regioni centro-settentrionali. Pertanto, nell’arco di pochi anni si assisterà a un vero e proprio esodo dagli stabilimenti produttivi e dagli uffici, con milioni di lavoratori destinati a passare dall’occupazione all’inattività. Ne deriveranno ripercussioni economiche, occupazionali e sociali che l’organizzazione non esita a definire «di portata storica per il Paese». Un fenomeno le cui avvisaglie sono ben evidenti già oggi a moltissimi imprenditori, alle prese con una crescente difficoltà nel reperire manodopera disponibile per cantieri e fabbriche.
Quest’anno la spesa pensionistica è quindi destinata a toccare i 351,8 miliardi di euro: il 2,7 per cento in più di quanto abbiamo pagato l’anno scorso, un andamento in linea con l’andamento dell’inflazione che quest’anno dovrebbe crescere del 2,8 per cento. Ma nel 2029, a legislazione vigente, l’ammontare delle uscite complessive per pagare tutti gli assegni pensionistici dovrebbe aumentare di 36,8 miliardi, attestandosi sui 388,6 miliardi di euro: praticamente il 10,5 per cento in più, mentre l’inflazione, stando alle previsioni, dovrebbe salire di 5,8 punti “solamente”.
Come si inverte la tendenza? Secondo l’organizzazione bisogna assumere donne e giovani. Nonostante negli ultimi quattro anni l’occupazione in Italia sia aumentata di 1,2 milioni di unità, siamo sempre fanalino di coda in Ue per il tasso di occupazione femminile e nelle ultimissime posizioni per quello giovanile. Pertanto, se vogliamo mitigare almeno in parte l’uscita dei 3 milioni di lavoratori che entro il 2029 andranno in pensione, dobbiamo allargare la platea occupazionale reperendo forza lavoro tra donne e giovani.
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