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Lavoro dopo la pensione? Non per chi ne ha più bisogno – Uno studio svela il paradosso

di Libero Red Dolce
Lavoro dopo la pensione? Non per chi ne ha più bisogno – Uno studio svela il paradosso

L'analisi su un campione di 2.500 pensionati mostra che competenze e conoscenze creano migliori condizioni. E chi avrebbe più bisogno di integrare il reddito è spesso chi ha meno opportunità di farlo

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La pensione non coincide più, necessariamente, con la fine del lavoro. Per una quota crescente di toscani (ma il fenomeno è nazionale) rappresenta ormai una fase di transizione, nella quale l'assegno previdenziale convive con un'attività retribuita, come il volontariato o altre forme di partecipazione sociale. Ma chi resta attivo dopo aver lasciato il lavoro? E soprattutto, è una scelta o una necessità?

A rispondere è la ricerca “Percorsi di attività dopo la pensione. I risultati di una ricerca in Toscana”, realizzata dall'Università di Firenze da Annalisa Tonarelli, Dario Raspanti ed Emanuele De Girolamo per lo Spi Cgil Toscana, che fotografa le traiettorie di oltre 2.500 pensionati tra i 60 e i 75 anni.

Il paradosso del bisogno

Lo studio parla di un vero e proprio “paradosso del bisogno”. Chi avrebbe maggiore necessità di integrare la pensione con un reddito da lavoro è spesso proprio chi ha meno possibilità di riuscirci. Carriere discontinue, livelli di istruzione più bassi, competenze meno spendibili e reti professionali più deboli rendono infatti molto difficile trovare un'occupazione dopo il pensionamento. Il risultato è che tra le persone con elevato bisogno economico e basso capitale professionale il 68% rimane inattivo. Il lavoro dopo la pensione, insomma, non segue il bisogno ma la disponibilità di competenze, relazioni e opportunità maturate durante la vita lavorativa.

Citiamo dalla ricerca: «Sia le occupazioni intellettuali sia quelle manuali specialistiche hanno più persone che continuano a lavorare dopo la pensione rispetto alle occupazioni di base: il 14,3% e il 13,6% contro l’ 8,1%».

Anche chi continua a lavorare lo fa secondo modalità che raccontano questa continuità. Sette pensionati su dieci iniziano l'attività prima o immediatamente dopo il pensionamento, il 71% svolge mansioni molto simili a quelle della carriera precedente e le occasioni arrivano soprattutto dall'ex datore di lavoro, da clienti o da relazioni personali. Più che un ritorno sul mercato del lavoro, emerge quindi la prosecuzione di percorsi già esistenti. E la gran parte delle offerte arrivano dall’ex datore (il 34%) o da reti esistenti (44%), siano esse di clienti o familiari. Residuale la quota di chi si è impegnato in una ricerca attiva.

Le motivazioni, inoltre, non sono soltanto economiche. Il 69,4% di chi continua a lavorare cita almeno una ragione legata al desiderio di mantenersi attivo, valorizzare le proprie competenze o sentirsi ancora utile alla società. Poco meno, il 59,5%, indica anche motivazioni economiche, come integrare la pensione, mantenere il tenore di vita o aiutare la famiglia. Per quasi due pensionati lavoratori su tre il reddito prodotto rappresenta una voce accessoria o addirittura trascurabile; per oltre un terzo, invece, è necessario o indispensabile.

Differenze geografiche

Lo studio mette poi in luce differenze territoriali. Nelle aree interne e fuori dai principali poli urbani la spinta economica pesa molto di più: qui il 64,9% dei pensionati lavoratori dichiara almeno una motivazione economica, contro il 49,5% dei residenti nelle aree urbane. Allo stesso tempo, nelle zone periferiche aumenta anche la quota di chi considera indispensabile il reddito aggiuntivo.

Volontariato diseguale

Nemmeno il volontariato sfugge alle disuguaglianze. Contrariamente all'immagine di un'attività aperta a tutti, la ricerca mostra che anche l'impegno civico richiede una soglia minima di sicurezza economica. Fa volontariato il 19% di chi percepisce meno di mille euro di pensione netta al mese, quota che sale al 42% tra chi supera i 3 mila euro. L'impegno sociale cresce inoltre tra i laureati e tra gli ex dipendenti pubblici, segno che anche la partecipazione alla vita della comunità risente delle risorse culturali ed economiche accumulate nel corso della vita.

Tendenza nazionale

La fotografia toscana si inserisce in una tendenza nazionale descritta dal XXV Rapporto annuale Inps, secondo cui il pensionamento coincide sempre meno con un'uscita definitiva dal mercato del lavoro. Tra il 2019 e il 2023 il numero dei pensionati lavoratori osservati è passato da circa 40mila a quasi 158mila, mentre circa l'8% dei percettori di pensione da lavoro continua ad affiancare all'assegno un reddito da attività lavorativa.

Ma la ricerca dell'Università di Firenze aggiunge un tassello fondamentale: dietro questi numeri non ci sono soltanto scelte individuali, bensì percorsi segnati dalle disuguaglianze accumulate durante tutta la vita lavorativa. E che non vengono superate raggiunta quella soglia.

Tornare in gioco? Sì, ma…

Lo studio evidenzia anche un potenziale ancora inespresso. Tra chi oggi non svolge né un'attività lavorativa né di volontariato, infatti, molti non escludono di rimettersi in gioco. Più della necessità economica contano le occasioni: il 21,5% tornerebbe attivo se trovasse contesti capaci di valorizzarne competenze ed esperienze, il 19,9% se sentisse il bisogno di nuovi stimoli, mentre il 17% lo farebbe semplicemente se qualcuno glielo proponesse.

«Questa ricerca dell'Università di Firenze, che come Spi Toscana abbiamo sostenuto e promosso, conferma una realtà che incontriamo ogni giorno: non esiste un unico modo di vivere la pensione – osserva il segretario generale dello Spi Cgil Toscana, Alessio Gramolati –. Dietro la scelta di continuare a lavorare, di dedicarsi al volontariato o di restare inattivi ci sono le opportunità, ma anche le disuguaglianze costruite durante tutta la vita lavorativa. Il dato più significativo è proprio questo: chi avrebbe più bisogno di restare attivo è spesso chi incontra le maggiori difficoltà». Per Gramolati è necessario guardare oltre gli incentivi economici: «Servono lavoro di qualità, formazione continua e reti di sostegno lungo tutto l'arco della vita».
 

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