Il Tirreno

Toscana

L’intervista

Claudia Conte: «Vi spiego perché i silenzi in famiglia sono pericolosi»

di Cristiano Marcacci

	Claudia Conte
Claudia Conte

Il nuovo libro sulle fragilità dei ragazzi ignorate dagli adulti: «I genitori non si trasformino in sindacalisti dei figli, i no servono a crescere»

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È diventata ormai un punto di riferimento quando si tenta di approfondire i temi del sociale, della legalità, delle fragilità familiari e, soprattutto, del disagio adolescenziale. È uno dei motivi per cui Claudia Conte, giornalista, scrittrice, conduttrice e opinionista tv, portavoce dell’Osservatorio nazionale sul bullismo e sul disagio giovanile, è richiestissima in varie parti d’Italia per presentare il suo ultimo libro (per “Fall in Lov”) dal titolo “Dove nascono i silenzi”.

Ma come si fa a scrivere un libro parlando di silenzi?

«I silenzi vanno indagati. In una società in cui c’è tanto rumore, spesso è proprio dietro i silenzi che si nascondono le fragilità, soprattutto dei più giovani. Ma anche ferite, malesseri, che se poi non vengono portati alla luce e risolti possono trasformarsi in violenze. Dalla mia posizione, quella di portavoce dell’Osservatorio nazionale sul bullismo e sul disagio giovanile, incontro tantissimi ragazzi e noto che molti di loro hanno sempre più difficoltà a comunicare col mondo degli adulti. C’è quasi un muro tra le generazioni e quindi il libro nasce proprio per cercare, attraverso una storia in cui potersi immedesimare (la protagonista del libro è una famiglia quasi normale), di tirare fuori le emozioni. In un momento in cui i ragazzi sembrano quasi impermeabili alle stesse emozioni, vivendo un disagio. Dopo la pandemia, com’è noto, sono aumentati di parecchio i casi di salute mentale alterata, di dipendenze da social media. Secondo i dati del nostro Osservatorio, ogni giorno i ragazzi trascorrono infatti dalle 5 alle 7 ore sul cellulare e quindi inevitabilmente sottraggono quel tempo alla vita reale, allo sport, alle relazioni umane, al volontariato. Ci vuole un cambio di passo, indagando il più possibile questa generazione soprattutto nella loro difficoltà a comunicare».

Se non sbaglio il suo è un romanzo che vede protagonista una famiglia. Quali caratteristiche ha questa famiglia?

«In realtà è un ibrido. È un romanzo con una parte di saggistica, realizzata in collaborazione con il Centro Ricerche EtnoAntropologiche e lo stesso Osservatorio sul bullismo e sul disagio giovanile. Ci sono appunto dei capitoli dedicati al bullismo, al cyberbullismo, alla violenza economica. È una storia vera, di una famiglia borghese, in cui tutti noi possiamo rivederci. C’è un padre autoritario, abbastanza violento, con una moglie non indipendente dal punto di vista economico, una situazione che dà luogo a una situazione subdola, che non si percepisce, non lasciando tracce o ferite. Non si tratta di violenza fisica, ma solamente psicologica, silenziosa. L’ultimo rapporto del ministero dell’Economia e delle Finanze ci dice infatti che una donna su due, di quelle che hanno consapevolezza o conoscenza delle violenze di tipo economica, l’ha subita. Questo si collega al tema dell’occupazione femminile, con l’Italia fanalino di coda (siamo al 55%), e al fatto che una donna su tre oggi non ha un conto corrente. Sotto questo profilo il libro vuole essere anche un appello alle ragazze a non abbandonare gli studi, a cercare una propria autonomia, per prevenire appunto anche la violenza. Ciò ovviamente non deve significare rinunciare alla famiglia, a diventare madre. Occorre solo riuscire a bilanciare vita e lavoro. E l’appello è anche per le istituzioni, affinché prevedano più incentivi per le aziende per le assunzioni femminili e giovanili. Perché poi ci troviamo di fronte a sempre più giovani che lasciano l’Italia per opportunità migliori in Paesi esteri».

E i figli di questa famiglia?

«Ci sono due figli che vivono questo scenario di violenza quotidiana, di umiliazioni continue del padre verso la madre, e che se ne stanno in silenzio. E questi silenzi, ovviamente, nascondono grandi ferite, grandi dolori».

Come dobbiamo interpretare la copertina del libro, in cui c’è una giovane ragazza che gira il volto su un lato come se stesse ricevendo uno schiaffo e una mano e un braccio che la raggiungono e che sembrano quasi protesi verso una carezza. È uno schiaffo o una carezza?

«Come tutte le opere può essere suscettibile di diverse interpretazioni. C’è chi la vede come una mano che nasconde una violenza e chi una mano tesa per portare e offrire aiuto. Nel libro, infatti, si parla sì di violenza ma anche di richieste d’aiuto. Perché uno dei due ragazzi, Iside, la divinità della resilienza, della rinascita, della trasformazione del dolore in positività, riesce appunto a trovare una sua strada, a chiedere aiuto, a farsi aiutare. Chiedere aiuto non significa essere deboli, bensì riconoscere di avere un problema e farsi sostenere nel percorso di riprendere in mano la propria vita, anche perché viviamo in una società in cui fa molto più rumore il male del bene. Noi stessi giornalisti continuiamo a soffermarci più su quanto avviene di negativo intorno a noi, arrivando quasi a un’autentica spettacolarizzazione dei drammi. E tutto questo, alla fine, condiziona la vita di ognuno di noi, anche in termini di fiducia verso il futuro e verso l’altro. Non a caso papa Leone ha detto ai giornalisti “Disarmate la comunicazione”, proprio perché le parole possono essere talvolta armi e portare a odio e violenza, come succede sui social media, spesso un’agorà di barbarie rispetto alla libertà di pensiero».

Un adolescente diventa fragile in famiglia oppure a scuola o tra gli amici?

«Una cosa non esclude l’altra. Si parla spesso dell’alleanza tra agenzie educative. Genitori e insegnanti devono stipulare un’alleanza per una giusta educazione, invece spesso assistiamo a docenti delegittimati dagli stessi genitori, che invece di dimostrare complicità nei confronti dei professori si trasformano in veri e propri sindacalisti dei figli, pronti a denunce o addirittura aggressioni. C’è dell’eccessivo permissivismo nei confronti dei figli, considerati alla fine degli amici solo perché fa comodo, non concedendo loro il tempo di cui avrebbero bisogno. In sostanza, non scattano tutti quei no che potrebbero aiutare a crescere. Ai giovani mancano dei validi punti di riferimento. I genitori lo sono? Sono dei modelli coerenti? Quando dicono ai loro figli di non stare al cellulare tutto il giorno, magari sono poi loro i primi a starci. E non avendo dei punti di riferimento in casa, i ragazzi allora dove li cercano? Nelle serie televisive, sui social media, dove però troppo spesso non ci sono esempi positivi, parlando di droga, avendo un linguaggio violento, lanciando challenge pericolosissime, a volte mortali, facendo ascoltare musica trap con insulti alle donne (che vengono ad esempio chiamate “bitch”, cagna, stronza, puttana). Quando qualcuno fa leggere loro attentamente il testo di certe canzoni, loro capiscono, ma inizialmente si fermano alla superficie e non ne comprendono la gravità».

Sul divieto di accesso ai social per i giovanissimi cosa pensa?

«In un mondo ideale e utopistico non bisognerebbe vietare i social media. Bisognerebbe fare educazione digitale, in modo tale che i ragazzi siano consapevoli di quello che vedono e utilizzino certi strumenti in modo responsabile. Il problema è che non si fa educazione digitale. È un percorso che sta cominciando solo oggi e ne vedremo i frutti chissà tra quanti anni. Quindi, per avere una risposta immediata all’emergenza, sono d’accordo sull’ipotesi di limitarne l’uso, perché è quanto serve attualmente a fronteggiare una situazione di pericolosità sociale».

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