Il Tirreno

Toscana

L’intervista

Ilaria Cucchi a 25 anni da Genova: «Dal G8 nulla è cambiato, il sacrificio di Carlo è stato inutile»

di Cristiano Marcacci

	Ilaria Cucchi e un’immagine del blitz delle forze di polizia nella scuola Diaz di Genova nel luglio del 2001
Ilaria Cucchi e un’immagine del blitz delle forze di polizia nella scuola Diaz di Genova nel luglio del 2001

La senatrice e sorella di Stefano: «Istituire uno scudo penale per le forze di polizia significa fare dei passi indietro rispetto alla storia»

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20 luglio 2001. 25 anni fa. Il pomeriggio in cui lo Stato decise consapevolmente di tapparsi gli occhi. Erano i giorni del G8 di Genova, il summit dei leader delle otto nazioni più industrializzate del mondo, che coincisero però con una delle pagine più buie e drammatiche della storia della Repubblica italiana. Durante i disordini di piazza il manifestante ventitreenne Carlo Giuliani venne ucciso da un colpo di pistola esploso da un carabiniere. A questo si aggiunsero la “macelleria messicana” della scuola Diaz, l’irruzione notturna della polizia che si trasformò in un maxi pestaggio indiscriminato di attivisti e giornalisti, e gli orrori della caserma di Bolzaneto, il centro di detenzione temporanea dove centinaia di manifestanti fermati vennero portati e dove subirono abusi fisici, psicologici e torture. Si trattò, complessivamente, di una lunga e orribile parentesi di sospensione dei diritti democratici. Come quella che visse qualche anno dopo (nell’ottobre 2009), sulla propria pelle, il povero Stefano Cucchi e che ha successivamente subìto per molto tempo la sorella Ilaria, oggi senatrice della Repubblica.

Senatrice Cucchi, cosa si ricorda di quel giorno a Genova e quale fu la sua reazione?

«Ero una persona molto diversa da quella che sono oggi. Però rimasi sconvolta, perché anche in quel caso, come successe poi alcuni anni dopo per mio fratello, ci fu la negazione totale dell’evidenza unita alla criminalizzazione della vittima. Immediatamente, per fortuna, ci fu una grande mobilitazione, che ci ha poi consentito di portare per sempre il G8 nel nostro cuore e nella nostra storia. 25 anni dopo, però, siamo ancora al G8 di Genova. Non è cambiato nulla. Anzi, per certi versi abbiamo fatto anche dei passi indietro. E allora pensare che il sacrificio di Carlo e della sua famiglia non è servito a niente dà l’idea di quanto piccolo sia il nostro Paese e di quanto siamo incapaci di evolverci e di quanto poco abbiamo la capacità di far tesoro di ciò che viviamo e di ciò che è accaduto. Non limitiamoci, quindi, a smanettare sui social, informiamoci correttamente, leggiamo i giornali, non impigriamoci e non facciamoci fare il lavaggio del cervello. E soprattutto non smettiamo di indignarci. Quando sentiamo di un ragazzino picchiato a una manifestazione o di una ragazzina maltrattata in caserma, non voltiamoci dall’altra parte, non facciamo finta di niente, perché in quel modo, seppur inconsapevolmente, stiamo giustificando quei fatti, li stiamo legittimando. Sarebbe lo sbaglio più grande che potremmo fare».

Il cosiddetto “scudo penale” per le forze di polizia, introdotto nel decreto Sicurezza, prevede che per i fatti commessi durante il servizio il pubblico ministero possa non iscrivere automaticamente l'agente nel registro degli indagati. L'iscrizione è sostituita da una annotazione preliminare se il reato appare commesso in presenza di una causa di giustificazione, come la legittima difesa. Cosa ne pensa?

«Non sono nemmeno capaci a scriverle, le leggi. Non lo sanno, ad esempio, che essere iscritti nel registro degli indagati è un modo per essere maggiormente garantiti? Non capisco la ratio di questo provvedimento. Mi chiedo a cosa possa servire se non a legittimare e a fare ancora di più del corporativismo. In questo momento non penso sia l’esigenza primaria delle forze dell’ordine quella di avere lo scudo penale. Stiamo forse dicendo che sono tutti dei picchiatori e hanno bisogno dello scudo penale? Gli italiani non la pensano certamente così. Ma è pur vero che dall’altro lato vengono aumentate le pene per i manifestanti e quindi succederà che durante le iniziative di protesta il manifestante che verrà picchiato non avrà alcun potere. Si pensa di fare il bene delle forze dell’ordine così? Ritengo proprio di no, perché i cittadini comuni, in particolare i cosiddetti ultimi, non hanno le capacità, soprattutto economiche, di sostenere dei lunghi e costosi processi, specie quelli contro gli abusi in divisa. Perché si vuole ulteriormente aumentare il distacco tra il popolo e i poteri?».

Veniamo alla sua storia personale e della sua famiglia. Quanto le manca ancora Stefano?

«Quando si vivono situazioni come le mie, quando si vivono anni e anni di processi, in qualche maniera non ci è consentito di elaborare il lutto, e quindi è come se Stefano fosse ancora con me. E lo è anche perché non mi è stato consentito di lasciarlo andare. Perché non c’era tempo per piangere, perché un istante dopo la sua morte ho capito che avrei dovuto utilizzare tutte le mie energie, mettere da parte il dolore, la sofferenza e la necessità, appunto, di elaborare il lutto, per poter andare avanti facendomi carico di quella che sarebbe dovuta diventare una vera e propria battaglia. Non solo nelle aule di giustizia, ma anche tra la gente. Ormai sappiamo di quanto possano essere pericolosi i social, attraverso i quali tutti si sentono legittimati ad affermare qualsiasi cosa. Io di insulti me ne sono presi tanti e me ne prendo ancora altrettanti. Mi sono fatta le spalle larghe ma all’inizio è stato estremamente complicato, soprattutto difendere, nell’immaginario collettivo, la figura di mio fratello, che non avrebbe ovviamente potuto difendersi da solo perché ammazzato di botte. Ricordo quante volte è stato necessario far vedere pubblicamente quella foto di Stefano morto e martoriato nel corpo e nel viso per dimostrare che non era morto perché era un tossico o perché era caduto dalle scale. Nonostante evidenze acquisite da anni, continuano ad arrivare commenti orribili anche oggi, “Ma cosa vuoi? Tuo fratello era solamente un tossico di merda”, è solo uno dei più ricorrenti. Un atteggiamento che purtroppo si è riversato nelle aule di giustizia, in quanto per tutto il primo processo, quello che io chiamo il processo sbagliato perché c’erano gli imputati sbagliati che avrebbero dovuto essere i testimoni, i capi d’imputazione sbagliati e i testimoni che erano i veri colpevoli e che quindi avrebbero dovuto sedere al banco degli imputati. Fu un processo a Stefano Cucchi, non a chi lo aveva ucciso. Fu parlato di tutto in riferimento a Stefano: della sua magrezza, del suo carattere, dei suoi rapporti familiari e sul fatto che noi familiari lo avessimo abbandonato. Il nostro avvocato, Fabio Anselmo, di cui poi mi sono innamorata e con cui c’è ora una bellissima storia d’amore, è stato un eroe, a tenere sempre botta e ad andare avanti nonostante tutte le ipocrisie ascoltate. Fu un processo in cui non si poteva parlare del pestaggio e delle responsabilità dei carabinieri. Tornando alla domanda, Stefano mi manca tantissimo, ma è anche vero che me lo porto tuttora dentro in tutte le battaglie che faccio. Sono stata di fronte a un bivio, avrei potuto fare due scelte: la prima, andare avanti con la mia vita ed evitare qui processi e quegli anni di dolore per i miei genitori (per tutto quello che hanno dovuto sentire nei riguardi del proprio figlio entrambi si sono ammalati e poi sono morti), standomene a casa a crescere i miei figli ed evitare di combattere una battaglia che sembrava molto più grande di me, perché è terribile quando lo Stato diventa il tuo peggior nemico. In questo caso, però, forse sarei diventata cattiva, avrei vissuto nella rabbia. L’altra scelta, che fortunatamente ho preso, era la più saggia: trasformare cioè quel dolore in qualcosa di positivo, magari meno inutile e meno fine a se stesso, rendendo quella esperienza così profondamente intima e personale in una vicenda pubblica. E così nacque il famoso “Caso Cucchi”».

Ci sono mai stati dei momenti in cui ha pensato che non ce l’avrebbe mai fatta a far venir fuori la verità?

«Ad essere sincera l’ho sempre saputo che la verità, un giorno o l’altro, sarebbe venuta fuori. Come sono sempre stata convinta che i responsabili fossero i carabinieri e non quei poveri tre agenti di polizia penitenziaria che si sono fatti anni di processi da innocenti e che sono invecchiati insieme a me. Ci sono stati tanti momenti difficili. Paradossalmente, quello che doveva essere il momento peggiore di tutti, il 30 ottobre 2014, quando fu pronunciata la sentenza di assoluzione per tutti gli imputati, si trasformò nel giorno della svolta determinante e positiva. La formula della sentenza diceva infatti che le responsabilità andavano cercate da un’altra parte. Una soddisfazione enorme, perché dopo cinque anni dalla morte di Stefano non si diceva più che mio fratello era morto per cause naturali e si riconosceva il pestaggio. E non solo, si riconosceva il fallimento dello Stato, che in tutti quegli anni non era stato in grado di individuare i responsabili. Quella che poteva essere interpretata come una definitiva sconfitta, per me fu una grande vittoria da cui ripartire più forte di prima».

Lei è frequentemente ospite delle scuole per iniziative di dibattito con gli studenti. Ce la fa a evidenziare loro l’importanza del rispetto nei confronti delle istituzioni e dello Stato?

«Sì che ce la faccio. È la prima cosa a cui penso sempre, in ogni occasione. Forse la seconda, a dire il vero, dopo aver ricordato loro che Stefano Cucchi non era un eroe o un esempio da seguire. Parlare coi ragazzi è infatti un compito veramente importante e al contempo molto delicato. Dico loro che le istituzioni vanno rispettate e dico anche che mi piacerebbe essere per loro un esempio di tenacia, di coraggio. Ma soprattutto perché per anni sono andata nelle aule di giustizia a sfidare le istituzioni nel rispetto proprio di quelle stesse istituzioni. Perché è solo così che si possono cambiare le cose».

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