Duplice omicidio di Camaiore: «È stata una scintilla». Piero Moriconi confessa davanti alla pm: «Situazione insostenibile»
L’uomo nell’interrogatorio racconta un quadro di violenza e litigi, il figlio voleva iniziare un percorso di transizione. La difesa: «Si è trattato del gesto estremo di un uomo esasperato, la situazione familiare era per lui insostenibile»
CAMAIORE. Un gesto «estremo compiuto da un uomo esasperato». È questa la definizione che fornisce l’avvocato Giacomo Fabbri, difensore d’ufficio assegnato a Piero Moriconi, del duplice omicidio per cui il suo assistito è reo confesso: quello della moglie Kety Andreoni (51 anni) e del figlio 24enne Mirko, fucilati a morte nella corte davanti alla porta della loro abitazione a Pieve di Camaiore, frazione sulle colline camaioresi, nel primo pomeriggio di mercoledì.
«Un gesto che ritengo estemporaneo – sottolinea l’avvocato – tant’è che il mio cliente ha parlato di una “scintilla” per descrivere il momento in cui ha preso il fucile e ha sparato».
Piero Moriconi – che una volta uccisi moglie e figlio si era seduto sul muretto vicino casa mormorando a chi ha dato l’allarme «me ne sono liberato, li ho ammazzati tutti e due» – non è rimasto in silenzio. Tutt’altro: ha parlato per circa due ore davanti alla pubblico ministero Elena Leone e al comandante provinciale dei carabinieri Michele Lastella, affiancato proprio dal legale viareggino. Un primo interrogatorio fiume, a cui poi farà seguito – stamattina, dopo che nel pomeriggio di ieri si è svolta l’autopsia sui corpi di Kety e di Mirko – quello davanti al giudice per le indagini preliminari, chiamato a convalidare l’arresto e la custodia cautelare nel carcere di Lucca.
E proprio dalle parole dell’omicida emerge un quadro inquietante, quello di una situazione famigliare al limite, dove la violenza e il disagio la facevano da padroni. Al punto che, da alcune indiscrezioni provenienti da fonti autorevoli, sembra che l’uomo abbia dichiarato agli inquirenti che da qualche settimana (una ventina di giorni) stava pensando di compiere un gesto simile. «Andava fatto», avrebbe dichiarato il muratore 63enne. Parole, queste, che non sono state confermate dal legale.
«È un dramma che colpisce tutta la città – commenta il sindaco di Camaiore Marcello Pierucci – che deve far riflettere tutti, comprese le istituzioni, a partire dal sindaco e dal Comune, che non hanno saputo farsi carico di queste fasce più deboli della nostra società, dove è indubbio che alla base c’è una carenza di educazione alla sessualità e al rispetto delle idee e della personalità degli altri».
La verità dell’omicida
Davanti alla pm e ai carabinieri che l’hanno interrogato già nella serata di mercoledì, Moriconi ha raccontato ciò che l’ha portato a rendersi protagonista di un atto di violenza ingiustificabile. «Si è trattato del gesto estremo di un uomo esasperato – ribadisce l’avvocato Fabbri – da una situazione famigliare diventata per lui insostenibile e che si protraeva da anni».
Moriconi ha raccontato agli inquirenti non solo della crisi coniugale con la moglie che andava avanti da tempo, ma anche del difficile rapporto che c’era con il figlio. Lo stesso Mirko aveva denunciato sui social, quattro anni fa, una situazione particolarmente complicata venutasi a scatenare nel momento in cui aveva deciso di fare coming out con la famiglia dichiarando la propria omosessualità. «Una settimana fa mi sono dichiarato gay in casa – aveva scritto il 24enne sulle proprie pagine social nel dicembre 2022 – mi è stato detto meglio morto che gay, che sono la pecora nera della famiglia. È brutto pensare che un padre ti preferisce morto che gay».
Ma la non accettazione manifestata dal padre nei confronti del figlio omosessuale non sarebbe – secondo quanto riferito alla pm dallo stesso Moriconi – il motivo scatenante della furia omicida del 63enne. «Ha detto che era in ansia per la situazione del figlio, ma non c’era un rapporto di odio. La situazione famigliare era diventata per lui insostenibile, secondo quanto il mio assistito ha raccontato, per i problemi di tossicodipendenza e di alcol-dipendenza del figlio. Sfociati anche in diversi episodi di violenza subiti dal mio assistito – racconta l’avvocato Fabbri, riportando la versione della difesa dell’omicida – e, a volte, anche nei confronti della madre. Tant’è che, secondo quanto ha raccontato agli inquirenti, si erano fatti sempre più frequenti e tesi anche i litigi tra madre e figlio». Per questo «la moglie Kety – spiega l’avvocato – era arrivata al punto da minacciarlo di andarsene, lasciandolo solo con Mirko».
Un quadro che stride
Uno scenario, quanto descritto dall’omicida, che stride con l’immagine che tutti, nel vicinato e nei rispettivi luoghi di lavoro (il locale Carpe Diem in Darsena dove il 24enne faceva il cameriere e la casa di cura Santa Caterina da Siena di Pieve dove la madre era una Oss), avevano delle vittime del duplice omicidio. Per quanto infatti era risaputo, anche tra i vicini nella piccola frazione, che i rapporti famigliari all’interno delle mura della casa di via della Costa non fossero idilliaci, tutti hanno sempre descritto come molto stretto il rapporto tra madre e figlio, con la 51enne sempre pronta a supportarlo anche nell’affrontare l’avversione del padre per l’orientamento sessuale del giovane. Il quale, stando alle voci che circolano in paese, recentemente aveva anche rivelato ad alcuni amici di avere intenzione di intraprendere un percorso di transizione.
La visita al consultorio
Non a caso in passato il 24enne aveva chiesto consigli al consultorio transgenere di Torre del Lago. «Quando ho visto la foto sui social del ragazzo il mio pensiero è stato subito rivolto a Mirko – afferma Regina Satariano responsabile del Consultorio a Torre del Lago – in generale venire al consultorio per dei consigli e per studiare insieme un percorso da compiere è importante, le nostre porte sono sempre aperte dai 18 anni in su. Rivolgo però un appello anche ai genitori, sia a coloro che accettano l'omosessualità di un figlio o di una figlia che a coloro che invece hanno difficoltà a comprenderla. Venite da noi – si appella Regina – ci sono professionisti pronti ad aiutarvi, perché non si può certo troncare la vita di un essere umano perché ha dichiarato di essere gay».
Ma per l’avvocato di Piero Moriconi «la questione legata all’orientamento sessuale del figlio è un dettaglio nel rapporto molto complicato – sostiene –, ma il motivo scatenante di quanto accaduto è un altro. Il mio cliente aveva paura di essere lasciato solo a gestire un figlio che era ingestibile. E che chiedeva anche continuamente soldi». Richieste in cui era assecondato, secondo quanto riferito dall’omicida agli inquirenti, proprio dalla madre. E che sarebbero alla base anche dell’ultimo litigio di mercoledì pomeriggio.
L’ultima litigata
Stando al racconto fatto alla pm Leone dal 63enne, oltre alle continue umiliazioni e violenze che avrebbe subìto all’interno dell’ambito famigliare da tempo «viveva in una condizione in cui lui e la moglie erano costretti a nascondere i soldi in casa – rivela l’avvocato Fabbri – sulla base di tutta questa situazione conflittuale legata alla tossicodipendenza e al comportamento violento del figlio nei confronti dei genitori, anche mercoledì si è verificato, da quanto ha dichiarato il mio assistito, l’ennesimo litigio. Sfociato però stavolta in una tragedia: un atto di cui il mio assistito, che oggi è un uomo distrutto, riconosce appieno la gravità».
Una discussione, da quanto emerge da indiscrezioni, connessa sempre a una richiesta di soldi e alla minaccia della moglie di andarsene di casa per rifarsi una vita: situazione di fronte alla quale il muratore di Pieve ha deciso di imbracciare il proprio fucile da caccia e sparare più colpi contro moglie e figlio. «Valuteremo – conclude l’avvocato difensore dell’omicida – se procedere con una perizia psichiatrica per capire la lucidità di quest’uomo. Di sicuro si è mostrato pentito».
(ha collaborato Roy Lepore)
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