«Ti tagliamo i piedi»: minacciato di morte il padre della ragazzina intimidita al Parterre
Alla dodicenne una donna disse: «Vestiti con indumenti consoni all'Islam o ti uccido». Dopo la pubblicazione dell'articolo sul Tirreno suo babbo è stato invitato a presentarsi entro 24 ore nella sede di un'associazione per dare spiegazioni. Ma lui è tornato in questura integrando la querela presentata
LIVORNO. «Se continui a denunciare ti tagliamo i piedi». Non solo le minacce di morte a una dodicenne al Parterre, colpevole – per così dire – di non indossare il burqa o comunque abiti consoni alla religione musulmana. Emerge ora un altro inquietante capitolo su questa vicenda, che – secondo quanto emerso – è totalmente interna alla comunità bengalese di Livorno e si inserisce nell’ambito di una serie di reati tutti avvenuti nel parco pubblico fra viale Carducci e via della Meridiana.
Il padre della ragazzina, che Il Tirreno non identifica con nome e cognome per tutelare la minorenne vittima delle presunte minacce di morte, è tornato in questura dopo aver subìto ulteriori intimidazioni. Nella querela presentata negli uffici di viale Boccaccio, infatti, ricostruisce ciò che sarebbe accaduto nei giorni successivi alla pubblicazione dell’articolo sul nostro giornale che raccontava quanto successo all’adolescente nel giardino comunale. Secondo il suo racconto, l’eco della vicenda avrebbe provocato una forte reazione all’interno di una parte della comunità straniera. Nell’integrazione alla querela sostiene infatti che, dopo l’uscita dell’articolo, «tante persone sia a me conosciute sia sconosciute si sono avvicinate per chiedermi lumi su questa situazione».
L'attenzione degli investigatori si concentra soprattutto sulle accuse che il babbo della dodicenne rivolge ad alcune delle persone già indicate nella precedente querela. Nel verbale afferma che la notizia – dopo essere stata pubblicata sul Tirreno – sarebbe “rimbalzata” attraverso Facebook e all’interno di un'associazione frequentata da cittadini bengalesi residenti in città. Da quel momento, sostiene, sarebbero iniziate nuove pressioni. «Alcuni componenti di questa associazione mi hanno minacciato su Facebook», le sue parole.
Sempre stando al suo racconto, gli sarebbe stato intimato di presentarsi entro 24 ore nella sede del collettivo per fornire spiegazioni sulle sue iniziative e sulle denunce presentate. Una richiesta che l’uomo interpreta come un tentativo di intimidazione. «Ho paura di queste persone, soprattutto perché potrebbero far del male sia a me sia alla mia famiglia», spiega. «Ho intenzione di procedere legalmente seguendo le leggi italiane e non le regole che questa associazione vorrebbe importare dal Bangladesh fino in Italia», aggiunge. Il padre dell’adolescente, una persona ben integrata in città e nel nostro Paese, rimarca poi una serie di considerazioni sulle attività che, a suo dire, verrebbero svolte dagli associati, sostenendo che alcuni membri promuoverebbero iniziative religiose rivolte agli appartenenti alla comunità islamica bengalese di Livorno.
Ma il passaggio più grave è un altro: secondo quanto da lui riferito alla polizia di Stato, infatti, alcuni iscritti lo avrebbero minacciato davanti alla sua attività commerciale. L’uomo racconta infatti che gli sarebbe stato detto che, qualora avesse continuato a procedere per vie legali, gli avrebbero «tagliato i piedi». Una minaccia che potrebbe apparire magari spropositata e lontana dalla realtà a chi non conosce il contesto culturale di provenienza dei protagonisti della vicenda ma che, secondo il padre della ragazzina, avrebbe un significato ben preciso. Nella denuncia spiega infatti che in Bangladesh si tratterebbe di qualcosa di gravissimo. Un punto di non ritorno, insomma, nei rapporti con i suoi connazionali. «Preciso che nel mio Paese questo tipo di minaccia ricevuta dagli islamici è molto grave», dichiara. E aggiunge: «Nello specifico questo atto prevede un taglio dietro la caviglia, utile a far perdere molto sangue che porta dopo alcune ore alla morte».
Una nuova minaccia di morte, insomma. I problemi fra lui e l’associazione sarebbero iniziati nel 2019. «Sono stato picchiato e definito mafioso». Un’accusa pesante, che tuttavia – come ammette lui stesso davanti alla polizia – non ha mai formalizzato alle forze dell’ordine: «No, non ho mai denunciato poiché avevo paura». La nuova querela è stata corredata da numerosi allegati. L’uomo ha infatti consegnato agli agenti diversi screenshot di contenuti pubblicati sui social network, oltre a messaggi che ritiene riconducibili alle presunte intimidazioni e alle pressioni ricevute nel corso del tempo. Materiale che sarà ora esaminato dalla polizia di Stato nell’ambito degli accertamenti avviati dopo la denuncia originaria, quella dopo le minacce di morte alla figlia al Parterre.
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