Killer e superpapà, quei due volti che Frumuzache tiene insieme
L’uomo è reo confesso di duplice omicidio e dell’occultamento dei cadaveri. In aula ha sfoggiato la maglia con le impronte delle mani dei figli e della loro madre
Provare a entrare nella mente di un serial killer è impresa difficile, quasi impossibile. Ci hanno fatto anche un film con Christian Slater e Val Kilmer una ventina di anni fa, uno di quelli con tanti colpi di scena che poi finiscono invariabilmente con la morte del cattivo di turno. Vasile Frumuzache, condannato giovedì all’ergastolo per gli omicidi di Ana Maria Andrei e Maria Denisa Paun, le due escort romene uccise a Montecatini e Prato nel 2024 e nel 2025, non può essere ancora definito un serial killer, ma entrare nella sua mente è ugualmente difficile.
La sentenza e la maglia
Alla lettura di una sentenza praticamente scontata (ergastolo) l’attenzione di molti si è soffermata sulla maglietta indossata nell’aula bunker di Santa Verdiana dall’assassino reo confesso, quella con la scritta “Sei il nostro superpapà”, formalmente un regalo dei figli, di fatto confezionata e forse anche ideata dalla moglie, se non da lui stesso in quello che è parso un ingenuo tentativo di intenerire i giudici presentandosi come un omicida sì, ma anche padre di famiglia amato dai suoi bambini. L’avvocato difensore Diego Capano ha liquidato quella maglietta come un dettaglio irrilevante rispetto alla gravità della vicenda che è stata portata all’esame dei giudici e ha evitato qualsiasi commento.
La docente di psichiatria
Secondo Liliana Dell’Osso, docente di psichiatria all’Università di Pisa e già presidente della Società italiana di psichiatria, «quella maglietta probabilmente racconta più la dinamica familiare che il processo».
«Se i figli sono piccoli, è difficile pensare che l’idea sia partita da loro – riflette la professoressa Dell’Osso –. Un bambino può continuare a vedere il padre come il proprio “superpapà” anche dopo aver commesso crimini gravissimi, perché non ha ancora gli strumenti per elaborarne pienamente il significato».
No, in questo caso i bambini c’entrano fino a un certo punto. «È più verosimile che si tratti di una scelta della moglie – osserva la docente di psichiatria –. Forse per mantenere il legame familiare, per negazione, dipendenza affettiva o perché non riesce a conciliare l’immagine del marito, del padre dei suoi figli, con quella dell’assassino».
In effetti della moglie di Frumuzache si sa ben poco. Si sa che i due si sono sposati giovanissimi e lei è stata decritta come particolarmente succube del marito, tanto da non rinnegarlo nemmeno quando ha saputo che cosa aveva combinato. Spesso presente in aula, silenziosa, quasi come una spettatrice disinteressata.
Anche la professoressa Dell’Osso pensa che il dominus di questa storia rimanga comunque Vasile Frumuzache. «Non si può escludere una componente manipolativa da parte dell’imputato – spiega la psichiatra –. Alcuni autori di reati gravi riescono a conservare l’immagine del “buon padre” o del “buon marito”, indossando una “maschera” che “camuffa” la loro psicopatia, inducendo i familiari a sostenerli anche pubblicamente. Quanto alla difesa, è possibile che abbia visto positivamente il gesto, perché nei processi in cui la colpevolezza è accertata si cerca spesso di umanizzare l’imputato e valorizzarne i legami affettivi. Tuttavia una scelta del genere può anche risultare controproducente, apparendo eccessivamente emotiva o persino manipolativa. Per questo trovo più probabile che l’iniziativa sia nata nell’ambiente familiare e sia stata eventualmente assecondata, piuttosto che ideata direttamente dall’avvocato».
Se l’idea è di Vasile, vi si può rintracciare anche un ricordo doloroso del passato. Il killer di Ana Maria e Maria Denisa ha raccontato di aver avuto un’infanzia particolarmente difficile, con un padre violento che di fatto lo ha costretto a rifugiarsi in Italia insieme alla madre e ad affrontare anni di privazioni e povertà, economica e affettiva. Ecco, ora con quella maglietta forse vuole dirci che lui è sì un mostro per la giustizia, ma non è come suo padre nei confronti dei suoi familiari.
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