Guerra, il “no” dei portuali in sette punti
In un lungo documento i rappresentanti dei lavoratori portuali di Francia, Grecia, Paesi Baschi, Turchia, Marocco e Italia tornano a ribadire la loro contrarietà all’utilizzo degli scali marittimi per il trasporto di materiale bellico
Un decalogo di sette punti, così come quello nel quale Papa Francesco si pronunciò contro lo sfruttamento della prostituzione. I lavoratori portuali aderenti alle organizzazioni sindacali che hanno partecipato al summit di Istanbul, tornano a far sentire la loro voce. Sono, in particolare, gli aderenti ai sindacati CGT Port and Docks (Francia), Enedep (Grecia), LAB (Paesi Baschi),
LIman-Is (Turchia), ODT (Marocco), USB (Italia) e Orsa Porti Gioia Tauro.
Al primo punto viene chiesta la fine immediata del genocidio del popolo palestinese e l'apertura di un corridoio sicuro per gli aiuti umanitari. Al secondo, la fine della guerra in Medio Oriente, così come di tutti i blocchi e i conflitti in tutto il mondo. Il terzo punto è quello centrale: “i porti – si legge - non devono essere utilizzati per il trasporto di armi, munizioni, equipaggiamento militare e truppe. Chiediamo ai sindacati di rafforzare la vigilanza, di informare i lavoratori, di smascherare i carichi bellici e di organizzare una resistenza collettiva di massa con tutti i mezzi legittimi a nostra disposizione e con la nostra lotta”.
Nel punto successivo viene espresso il rifiuto del piano di militarizzazione dei porti e delle infrastrutture critiche, mentre nel quinto viene ribadito il “no” all’economia di guerra e agli armamenti, con la richiesta che il denaro sia utilizzato per i salari, i contratti collettivi, la sanità, l’istruzione, i bisogni sociali e la tutela della vita e della sicurezza sul lavoro.
Vengono poi sollecitate misure di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. In ultimo, la stipula di contratti collettivi con aumenti salariali reali, posti di lavoro stabili con diritti, una politica pensionistica con pensioni migliori e una riduzione dell’orario di lavoro. “Gli sviluppi tecnologici, la meccanizzazione, l’automazione e l’uso dell’intelligenza artificiale – si legge ancora - devono essere contrastati affinché non portino alla perdita di posti di lavoro”.
“Noi, i lavoratori dei porti – conclude il documento - sappiamo molto bene che senza di noi nulla si muove. Senza le nostre mani, i container restano fermi, le navi non vengono caricate, le macchine da guerra sono bloccate. Chiediamo a tutti i sindacati dei lavoratori portuali di discutere questa dichiarazione, di rafforzare le nostre azioni comuni e di organizzare azioni congiunte, per rafforzare i legami di solidarietà tra i porti”.
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