Il Tirreno

Toscana

L'intervista

In Toscana imprenditori sempre più anziani: «Tanti dottorini e poche mani, così addio al “made in Italy”»

di Matteo Rossi
In Toscana imprenditori sempre più anziani: «Tanti dottorini e poche mani, così addio al “made in Italy”»

Sabrina Mattei, presidente Cna Lucca: «Bisogna nobilitare nuovamente il lavoro manuale». E indica delle soluzioni

4 MINUTI DI LETTURA





«Bisogna nobilitare nuovamente il lavoro manuale».

È questo, secondo Sabrina Mattei, presidente Cna Lucca, l’unico antidoto per far sì che ci sia un futuro dell’artigianato italiano e toscano.

Presidente Mattei, i dati dicono che in Toscana quasi il 40% delle Pmi è guidato da over 60. A Lucca la soglia sfiora il 38%. Siamo di fronte a un’emergenza generazionale?

«È il tema dei temi. Da anni denunciamo una mancanza di attenzione verso l’artigianato. Lo abbiamo snobbato, quasi come se fosse una scelta di serie B. Per generazioni, l’ambizione dei genitori è stata quella di far studiare i figli per portarli “oltre” la bottega. Anche io, figlia di un falegname, sono cresciuta respirando il profumo del legno, ma la spinta era verso la laurea. Abbiamo sfornato moltissimi “mini dottori”, senza renderci conto che forse l’investimento sugli Its (Istituti Tecnici Superiori) sarebbe stato più utile per il futuro del Paese. Abbiamo sbandierato l’eccellenza del Made in Italy senza costruire i presupposti perché qualcuno potesse raccoglierne l’eredità».

Oltre alla questione demografica, c’è anche una resistenza interna alle aziende?

«Esiste un fattore psicologico e culturale. Fino a pochi anni fa, molti artigiani erano “detentori di segreti” che volevano portarsi nella tomba. C’era l’idea che la bottega fosse l’unico luogo di formazione possibile e si faceva fatica ad aprirsi. Nel frattempo, però, il mondo è cambiato. È arrivata la rivoluzione tecnologica e molti non hanno capito subito le potenzialità del digitale. Oggi l’artigiano non è più quello di una volta. Deve avere il sapere nelle mani, certo, ma deve anche possedere una formazione superiore, conoscere le nuove tecnologie e saper comunicare».

Ecco, la comunicazione. Un tempo bastava alzare la saracinesca. Oggi?

«Oggi, a meno che tu non sia nel cuore di una città d’arte satura di turisti, devi essere nella “piazza virtuale”. Se vogliamo rendere l’artigianato accattivante per i giovani, dobbiamo usare i loro linguaggi. Non basta saper fare un muro o una borsa, bisogna saper raccontare quel valore. Anche per fare il muratore oggi serve una preparazione tecnica immensa rispetto al passato. La gavetta resta fondamentale, ma deve essere il trampolino per diventare imprenditore, non solo esecutore. Il digitale oggi permette a un piccolo laboratorio di trovare nicchie di mercato mondiali attraverso un hashtag o uno studio di marketing mirato».

Cosa dobbiamo fare per incentivare un ritorno all’artigianato?

«Il vero problema è la burocrazia. Chi vuole tramandare una bottega da padre in figlio si scontra con una giungla di norme paurosa. Non ci sono sgravi fiscali adeguati. Come Cna chiediamo con forza, nella legge quadro sull’artigianato, che si intervenga con meno tasse e meno burocrazia per chi decide di rilevare un’attività, anche se non ha legami familiari con il titolare. Non possiamo sperare solo nei figli, dobbiamo permettere a chiunque veda un’opportunità di subentrare in aziende sane senza essere soffocato dai costi iniziali».

Lei ha parlato di “nobilitare” nuovamente il lavoro manuale. Come si fa?

«Dobbiamo tornare all’idea rinascimentale. Nel Cinquecento le botteghe dei grandi artisti erano botteghe artigiane: si facevano quadri, ma anche scenografie e oggetti d’uso. Lì si imparava la chimica dei colori, la resistenza dei materiali. Oggi dobbiamo far capire che nelle mani passa la creatività. Hanno cercato di convincerci che il lavoro intellettuale sia superiore a quello manuale, ma l’artigiano tecnologico di oggi usa l’ingegno per migliorare una tecnica o inventare qualcosa di nuovo. Se non ricolleghiamo il cervello alle mani, i ragazzi continueranno a vedere la bottega come un luogo di fatica e non come un laboratorio di invenzione».

Qual è l’appello che lancia alle istituzioni regionali e nazionali?

«Serve un piano straordinario per il passaggio di testimone. Misure che aiutino il traghettamento verso il futuro, incentivi per chi decide di formare un giovane estraneo alla famiglia e, soprattutto, una riforma culturale della scuola. Dobbiamo smettere di raccontare l’artigianato come un ripiego. Se non interveniamo ora, rischiamo di perdere un patrimonio di competenze unico al mondo». l
 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Se ne parla adesso

La tragedia

Maldive, cinque italiani morti in una grotta durante una immersione. Aperta un’indagine

di Redazione web
Speciale Scuola 2030