Enimont, Gardini e Tangentopoli nei racconti di due «superstiti»
Carlo Sama e Sergio Cusani ricostruiscono la “loro” stagione di Mani Pulite
LIVORNO. Per Sergio Cusani scrivere la sua storia è stato «un atto di liberazione». Per Carlo Sama, invece, «una sofferenza». Eppure entrambi sentivano di doverlo fare. Perché, dopo 34 anni, si considerano «superstiti» di Mani Pulite, il terremoto giudiziario e mediatico che travolse il sistema di potere della Prima Repubblica e che ebbe come simbolo l’allora pm Antonio Di Pietro.
Il nome di Sama e Cusani, insieme a quello di Raul Gardini, è ancora oggi legato alla “madre di tutte le tangenti”:150 miliardi di lire che, secondo l’accusa, furono pagati dal gruppo Ferruzzi-Montedison, all’epoca guidato da Gardini, a esponenti dei principali partiti per ottenere il via libera politico e fiscale all’operazione Enimont, la joint venture chimica tra Montedison ed Eni.
Allo Yacht Club di Livorno, ospiti del Lions Club Livorno Porto Mediceo, i due manager simbolo della stagione Enimont hanno riportato il pubblico dentro gli anni più feroci della Prima Repubblica. Non con il tono freddo delle ricostruzioni giudiziarie, ma con quello di chi quelle vicende le ha vissute sulla pelle: il carcere, le perquisizioni, il crollo di un impero industriale, la gogna pubblica. E soprattutto Gardini, il fantasma che attraversa ogni ricordo.
«Faceva perdere la testa a uomini e donne – racconta Cusani che ha scritto “Il colpevole (Rizzoli editore) – . Era affascinante, intuitivo, ma inesperto». Poi si interrompe quasi a cercare le parole giuste per descrivere quell’uomo che negli anni Ottanta sembrava poter conquistare tutto: la chimica, la finanza, la politica. «La vita di Gardini si divide in due fasi – aggiunge Sama –. La prima è nel solco di Serafino Ferruzzi, il periodo migliore. La seconda è quella della chimica».
Ed è lì che la storia cambia direzione. Perché Serafino Ferruzzi – ricordano entrambi con rispetto quasi filiale – «in 30 anni aveva costruito un impero». Un capitalismo agricolo e industriale cresciuto dal nulla, fatto di disciplina e concretezza. Gardini, invece, aveva «l’anima del giocatore». Sama, autore del libro “La caduta di un impero (Rizzoli editore), lo racconta con un’immagine che sembra uscita da un romanzo: «Alle sei del mattino Serafino Ferruzzi era già alla scrivania. Gardini arrivava dal circolo ravennate dove aveva passato la notte a giocare».
Poi ecco la grande sfida: la scalata Montedison, la nascita di Enimont, l’alleanza impossibile fra Stato e privati. Il 1990 è diventato lo spartiacque, con il gruppo Ferruzzi che, una paio di anni dopo, finirà dritto nelle inchieste del pool di Milano. Il resto è storia: gli arresti eccellenti e il processo Cusani, trasmesso in televisione come un rito collettivo di espiazione nazionale.
Ma a Livorno, più che la cronaca giudiziaria, emergono le ferite umane. Cusani, condannato a quasi sei anni, racconta il carcere con voce asciutta, senza enfasi. «Io non sono l’unico colpevole, sia chiaro – evidenzia – . Però mi sono assunto le mie responsabilità. Quando i magistrati vennero a trovarmi in carcere, io potevo fare tre nomi e uscire il giorno dopo. Ma non l’ho fatto. Dovevo proteggere Carlo Sama. Lui doveva restare fuori: c’era il rischio del fallimento Ferruzzi, volevano distruggere il gruppo». E così sceglie il silenzio, anche a costo di restare in carcere per anni. Sama ascolta e annuisce. Poi prende la parola e il tono si fa ancora più duro. «Sono stato un reietto per 35 anni», evidenzia. Poi dice di aver vissuto Mani Pulite come «uno tsunami: onde alte tremila metri che hanno distrutto persone, imprese, famiglie».
In primo piano, sempre, il rapporto con i magistrati di Milano. «Ho recuperato la mia dignità quando mi sono rifiutato di accettare il metodo mercantile di certi pm: “se mi dai qualcosa, ti do qualcosa”», evidenzia Cusani. Poi Sama aggiunge: «Noi siamo stati arrestati per una tangente pagata dal presidente della Calcestruzzi. Né io né Cusani avevamo mai messo piede lì dentro, mai fatto una consulenza, mai seduto in un consiglio di amministrazione. Ma il gioco era semplice: ti metto dentro perché non potevi non sapere».
Le parole scorrono tra ricordi amarissimi: gli avvisi di garanzia vissuti come sentenze definitive, le perquisizioni in casa davanti ai figli piccoli, gli amici che sparivano, la reputazione perduta. E poi ancora Gardini: il 23 luglio 1993, pochi giorni prima dell’arresto annunciato, il manager si toglie la vita nella sua casa di Milano: «Non credo si sia suicidato per una tangente», dice Sama. E nella sala cala il silenzio.
Resta il racconto di due uomini per i quali Mani Pulite non è stata soltanto un’inchiesta giudiziaria. No, per loro è stata una guerra.
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